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Un'eruzione di
4000 anni fa
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- Il Parco conquista la «riserva» del Vesuvio
Fonte: Il Mattino- 19 ottobre 2002
PETRONILLA CARILLO
C’è un Vesuvio ancora tutto da scoprire: è quello della Riserva
dell’Alto Tirone nascosta dietro un enorme cancello, guardata a
vista dalle guardie forestali. È una piccola oasi di verde che si
inerpica fin sopra al cono, dove sembra di toccare il cielo con un
dito, dove punta Nasone si vede a distanza ravvicinata, e qui,
sulla parte più alta del Monte Somma si ammirano i Picentini e le
perle del golfo di Napoli. Nel giro di pochi mesi quel cancello
sarà aperto e la Riserva sarà a disposizione di cittadini e
visitatori. È questa la prima area protetta dal corpo forestale
dello Stato a passare in gestione a un parco nazionale. A fare da
apri pista, in un contesto normativo ancora tutto da definire,
l’ente Parco Vesuvio che nelle scorse settimane ha raggiunto
l’accordo con il ministero dell’Agricoltura per poter gestire
«direttamente» la Riserva. La convenzione è stata firmata a Roma
dal presidente dell’ente parco, Amilcare Troiano, e dal vice
direttore generale della Forestale, Fausto Martinelli.
Da questo momento in poi, dunque, anche il cono del Vesuvio
ricadrà sotto la protezione del Parco assieme al suo stupendo
«giardino» fatto di pini, di lecci e di specie floreali difficili
da vedere a pochi passi dalle città inquinate. È qui che,
passeggiando tra la natura, in pieno ottobre, è ancora possibile
ammirare una ginestra in fiore o scoprire un cespuglio di papaveri
gialli. Un bel colpo quindi quello messo a segno dagli
ambientalisti vesuviani. Proprio mentre i ministri
dell'Agricoltura, Gianni Alemanno, e dell'Ambiente, Altero
Matteoli, hanno raggiunto l'accordo sul passaggio delle Riserve ai
Parchi nazionali, ma discutono sui procedimenti burocratici, la
convenzione scritta di proprio pugno dal presidente Troiano piace
ad entrambi e diventerà lo schema base che i due dicasteri
adotteranno per portare avanti questo progetto. L'ufficiale
passaggio di consegne tra il corpo forestale e l'ente parco è
avvenuto l'altro giorno, alla presenza di funzionari e tecnici
delle due istituzioni. «Abbiamo cercato di tutelare questo polmone
di verde al meglio delle nostre forze - ha commentato Nicola
Costantino, responsabile dell'ufficio amministrativo campano
dell'ex azienda dello Stato del corpo forestale - la
collaborazione con l’ente parco continuerà anche per il futuro: i
nostri agenti e il nostro personale resteranno ancora qui per
controllare il territorio. All'interno di questa oasi, difatti, è
anche prevista la realizzazione di una vasca idrica per
l'emergenza incendi che sarà gestita da noi». «Non solo - continua
il direttore del Parco, Carlo Bifulco - abbiamo già avviato alcune
opere di ingegneria naturalistica per rendere sicuri i sentieri da
aprire ai visitatori e continueremo di questo passo grazie alla
nostra équipe tecnica e agli ex lsu del parco, guidati
dall'ingegnere Gino Menegazzi». «Una collaborazione, quella della
Forestale - continua il presidente Troiano - della quale ci
avvaleremo con piacere. Nei nostri programmi, però, questa Riserva
dovrà diventare il simbolo della frubilità del Parco ai cittadini.
Da qui devono partire una serie di progetti di risanamento e di
riqualificazione per dare una nuova immagine al Vesuvio. Apriremo
i cancelli della Riserva e consentiremo l'ingresso dei visitatori
previa autorizzazione del Parco».
PROTEZIONE CIVILE
Una «task-force» per la prevenzione dei disastri naturali
Fonte: Il Mattino- 11 ottobre 2002
Terremoti, alluvioni, eruzioni
vulcaniche. Nasce in Campania una «task-force» di volontari, per
prevenire i rischi e fronteggiare le emergenze dei disastri
ambientali. Niente più di occasionale, o d’improvvisato. Nel giro
di un anno il corpo della Protezione Civile regionale sarà una
realtà operativa, pronta a intervenire al fianco dei Vigili del
Fuoco e delle strutture locali nella difesa dalle grandi
catastrofi naturali. Già «arruolati», nelle cinque province, 770
volontari, in rappresentanza di 159 associazioni locali. Ieri
mattina l’insediamento del comitato direttivo, presieduto dall’ex
Sottosegretario Aniello Di Nardo, consulente della Regione per i
problemi della Protezione Civile. Il primo atto concreto del piano
di riorganizzazione del settore: obiettivo di fondo, il varo di
una scuola per volontari e operatori in Campania.
Dal censimento delle risorse è venuto fuori un quadro
incoraggiante. «I volontari sono la spina dorsale del nostro
sistema di Protezione Civile, nazionale e regionale - spiega Di
Nardo - ma l’attività delle associazioni va meglio organizzata,
per non disperdere le diverse esperienze di lavoro». In altri
termini, si avverte l’esigenza di creare un vertice operativo
centrale, impegnato sempre più sulla prevenzione del rischio
ambientale. La conferma da Ernesto Calcare, responsabile del
servizio di Protezione Civile regionale, dall’assessore
provinciale di Napoli, Marcellino D’Auria, dagli altri
amministratori locali presenti all’insediamento del comitato
regionale (sostenuto dalla Giunta con un primo finanziamento di
140 milioni, in attesa del completamento della nuova sala
operativa).
Dal rischio Vesuvio all’emergenza di Sarno e Quindici, dalla
salvaguardia delle ultime oasi ambientali al recupero del
patrimonio verde devastato dagli incendi estivi, le esperienze sul
campo dei volontari campani si sono moltiplicate negli ultimi
anni. E anche nei piccoli centri di provincia si sono
intensificate le iniziative dei radioamatori, delle pattuglie
specializzate antincendio, dei gruppi comunali, per non parlare
delle maggiori organizzazioni nazionali, dalla Croce Rossa alle
Confraternite della Misericordia. Un vasto arcipelago della
solidarietà che non poteva essere lasciato alla deriva, nel caos e
nell’improvvisazione delle grandi catastrofi naturali che hanno
colpito la Campania negli ultimi anni. Il varo del comitato
regionale, come accennato, precede di qualche settimana
l’inaugurazione della nuova sala operativa della Protezione
Civile. Una struttura di nevralgica importanza per una regione,
come la Campania, epicentro di tutti i «modelli» di rischio
ambientale esistenti nel nostro Paese.
f.m.
Non è la lava, sono i gas a fare paura
Fonte: Il Denaro - 5 giugno 2002
I sindaci lanciano l’allarme: Mettiamo subito a punto i piani di evacuazione.
L’attività vulcanica del Vesuvio non si deve allo spostamento del magma, ma alla pressione dei fluidi alimentati da acqua marina riscaldata dalla fonte endogena. Morale: in caso di risveglio non si verifica un’eruzione di lava, come per l’Etna, ma un’esplosione di gas. E’ il risultato dello studio condotto dall’istituto di Acustica «Orso Mario Corbino» del Cnr di Roma e dall’Osservatorio vesuviano di Napoli. Intanto il sindaco di Ercolano, Lucia Bossa, e di Terzigno, Nino De Falco, lanciano l’allarme. Riflettori puntati sui piani di evacuazione e sulla creazione di vie di fuga dal mare.
In caso di risveglio del Vesuvio non si assisterebbe ad una eruzione di lava, come per l'Etna, ma ad una esplosione di gas e materiali piroclastici, così come avvenne nell'epoca pompeiana. E' quanto afferma un gruppo di ricercatori dell'Istituto di Acustica «Orso Mario Corbino» del Cnr di Roma e dell'Osservatorio Vesuviano di Napoli, che da circa tre anni analizzano il Vulcano interpretando segnali ultrasonori di emissione acustica (Ea). Secondo gli studi svolti dai ricercatori, l'attività vulcanica del Vesuvio non sarebbe dovuta allo spostamento del magma, ma solo ed esclusivamente alla pressione di fluidi molto caldi, alimentati in parte da acqua marina riscaldata dalla fonte endogena. Lo studio effettuato si basa sull'utilizzazione di segnali ultrasonori, registrati da una stazione di monitoraggio posta a quattrocento metri dal cratere, che ha permesso di osservare fenomeni di «gonfiamento» e «sgonfiamento» riferibili alla pressione di fluidi caldi endogeni. Nel caso invece di movimenti di grandi quantità di roccia fusa sotto il vulcano, le apparecchiature avrebbero dovuto sicuramente registrare segnali ultrasonori ben diversi da quelli osservati dal gruppo di vulcanologi. Se dovessero essere riconfermate le tesi dei ricercatori, in caso di risveglio del Vesuvio, si assisterebbe ad una vera e propria tragedia senza possibilità di scampo. Lo confermato anche le reazioni dei sindaci dell’area vesuviana. Gli amministratori metto in evidenza il problema dei tempi. Il cratere potrebbe riservare delle sorprese nell’immediato e occorre farsi trovare pronti all’evento. «Le ipotesi di eruzione, studiate e ipotizzate - spiega Luisa Bossa, sindaco di Ercolano - sono catastrofiche. Nel caso in cui dovesse essere verificata l'ipotesi gassosa, sarebbe un fatto molto grave e preoccupante». Soprattutto perché, mentre l'eruzione di lava si avverte con un po' di anticipo, dando quindi la possibilità di fuga, l'esplosione di gas arriva inspettatamente e provoca danni molto più gravi. Diventa dunque urgentissimo l'intervento del Prefetto di Napoli, Carlo Ferrigno, che ha il compito di convocare in tempi brevissimi la Commissione grandi rischi per decidere in che modo intervenire. «Secondo il mio parere - riprende Luisa Bossa - richiamandosi un po' quello che aveva affermato De Lello, bisogna incentivare le giovani coppie all'esodo e, magari aiutare, a chi già lavora fuori a farlo ricongiungere con la famiglia. C'è poi bisogno di creare vie di fuga dal mare, in modo da creare maggiori possibilità di salvezza nel caso di un'esplosione». Molto più duro Nino De Falco, sindaco di Terzigno, che attacca la Provincia di Napoli per i mancati interventi nei piani di evacuazione. «Se dovesse verificarsi un'esplosione del Vesuvio - afferma il primo cittadino di Terzigno - dobbiamo ringraziare la Provincia di Napoli per qualche porto in più». Nel 1999, infatti, quando ci fu una «scossa» del Vesuvio, la Provincia di Napoli chiese ai comuni vesuvianio di segnalare le vie di fuga da creare, ma di questi lavori non è stato fatto nulla. «E' questo il rischio peggiore - continua De Falco -. Non mi preoccupo dell'eruzione, quanto della disorganizzazione nei piani di evacuazione. Sono convinto che, in caso di risveglio del Vesuvio, perderemo parecchi cittadini proprio per una questione di logistica». Una posizione dura quella del sindaco De Falco, che fa capire qual è la vera necessità per i paesi vesuviani: occorre intervenire subito con piani di evacuazione più efficienti e con nuove vie di fuga.
di Roberto Mazza
«Conclusioni quanto meno azzardate,se il modello fosse esatto i pericoli sarebbero assai ridotti»
Fonte: Il Mattino- 5 giugno 2002
Nessuna vera notizia sul fronte del Vesuvio. Soltanto il rischio, semmai, di confondere le idee e creare nuova confusione.
Franco Barberi, docente di Vulcanologia e Geotermia all’università di Roma Tre, ex Sottosegretario alla Protezione Civile, prende le distanze dai risultati dell’indagine effettuata dal gruppo del Cnr. «Nessuna sorpresa, - spiega Barberi - sapevamo da un pezzo che il Vesuvio è gonfio di gas, tanto da ipotizzare uno scenario eruttivo legato a modelli di carattere esplosivo. Le stesse esercitazioni pratiche, le famose prove di fuga sono state organizzate prefigurando esplosioni di gas e materiali piroclastici, così come accadde nei giorni della tragedia di Pompei ed Ercolano». Sapere che non c’è magma alla base del vulcano, tuttavia, potrebbe essere interessante. «Ma è un’ipotesi azzardata. Come si può affermare una cosa del genere sulla base di una ricerca condotta attraverso segnali ultrasonori di emissione acustica? Diverso sarebbe stato se i colleghi del Cnr ci avessero detto: magma a parte, abbiamo riscontrato la presenza massiccia di fluidi endogeni caldi all’interno del vulcano». Nessun motivo di preoccupazione in più, insomma. «No, assolutamente. Direi di più: se le ultime notizie che arrivano dal Cnr fossero esatte, il pericolo sarebbe minore. Perciò, le conclusioni della ricerca mi sembrano sbagliate, anzi contraddittorie». Altre polemiche, altri contrasti. L’eccessivo bombardamento di notizie rischia di minare la fiducia dell’opinione pubblica nei confronti delle istituzioni. «Meglio dire: l’eccessivo bombardamento di notizie confuse e sbagliate. Questo è il punto, prima di consegnare un comunicato alle agenzie di stampa, gli studiosi dovrebbero riflettere e magari confrontarsi con i colleghi delle altre strutture». Faccia un esempio più chiaro. «Dovrebbero portare le conclusioni della ricerca effettuata sul Vesuvio, ad esempio, all’interno della Commissione nazionale Grandi Rischi, per confrontarsi ed effettuare una serie di preziose verifiche». Perchè i ricercatori del Cnr non lo hanno fatto? «Forse perchè la Commissione Grandi Rischi non c’è, non è stata rinnovata. Eppure si tratta di un organismo governativo importante. In caso di emergenza, la Commissione determina l’attuazione dei diversi livelli di attenzione». Come mai siamo in questa condizione di paralisi? «Non lo so. Qualche tempo il direttore del dipartimento della Protezione Civile, Guido Bertolaso, mi chiese di assumere la responsabilità della sezione di Vulcanologia all’interno della Grandi Rischi. Naturalmente accettai. Poi, però, non ho avuto più notizie». Anche il gruppo di lavoro istituito per il piano di sicurezza del Vesuvio è fermo. «Purtroppo è vero. Stiamo perdendo tempo prezioso, mi auguro che si tratti di una parentesi occasionale di stasi. Sarebbe un peccato disperdere i buoni risultati del lavoro impostato sei o sette anni fa». Prima abbiamo citato le prove di fuga, già effettuate a Somma, Trecase, Portici. Continueranno? «Non lo so. Spero di si. Il direttore Bertolaso, del resto, non ha mai fatto mistero di aver apprezzato il piano di prevenzione avviato nei diciotto Comuni dell’area vesuviana a maggior rischio. Perchè dovremmo fermarci?». Lei, oltretutto, ha un compito delicato, in veste di consulente del Governatore Regionale Bassolino per i problemi della Protezione Civile e della Difesa del territorio. «Faremo la nostra parte. Da tempo siamo impegnati per stimolare l’attuazione dei piani nazionali in una realtà particolarmente difficile. La Campania ha il territorio più fragile del nostro Paese. È la regione-epicentro dei più gravi disastri naturali. Faremo la nostra parte, ripeto. Decisiva, però, sarà la collaborazione delle amministrazioni e delle comunità locali. Non risparmieremo energie per contribuire alla formazione di una nuova coscienza civile. In particolare nelle zone a maggior rischio, come l’area vesuviana».
f.m.
CONVEGNO CON BARBERI
Rischio vulcanico: parte un sondaggio per limitare i danni dei flussi piroclastici
Fonte: Il Mattino - Domenica 21 aprile 2002
Rischio vulcanico, come difendersi dagli effetti di una possibile eruzione. Riflettori puntati sui flussi piroclastici, che in passato hanno provocato sfracelli edilizi e devastazioni territoriali nelle zone più calde del mondo: Mont St. Helens, Pinatubo, Montserrat, Soufriere
Hills. «Dal Monserrat al progetto europeo Vesuvio», infatti, è il titolo dello studio realizzato dall’Area di Ricerca «Analisi e Pianificazione sismica» (dell’Università Federico II) e presentato ieri mattina alla Mostra d’Oltremare, nel corso di un workshop inquadrato nella più vasta programmazione sui temi del rischio ambientale in Campania. Con Giulio Zuccaro, docente di Scienze delle Costruzioni e promotore del seminario, protagonisti di primo piano della ricerca geofisica e della protezione civile. Da Franco Barberi
a Peter Baxter, della Cambridge University, da Giovanni Macedonio, direttore dell’Osservatorio Vesuviano, a Guglialmo Trupiano, da Augusto Neri, promotore del progetto Exploris, a Giovanni Orsi, Alessandro Baratta, Piero Dellino, Paolo Papale, Lucia Civetta, Claudio Eva, Alberto Cherubini, Stefano Maria Petrazzuoli.
Un parterre scientifico di grande prestigio, per definire nei dettagli gli scenari possibili di una eruzione e predisporre i piani di mitigazione degli effetti sull’uomo, sulle strutture edilizie, sul territorio. «Così perfezioneremo ulteriormente il sistema di difesa e di protezione civile regionale. - ha rilevato Barberi - E le amministrazioni locali, dopo decenni di mancati interventi, non avranno più alibi». Il workshop dell’Università ha affrontato temi di considerevole interesse per l’impostazione di una nuova politica della prevenzione territoriale. Il progetto Vesuvio, ad esempio, partendo da sofisticate simulazioni numeriche dei possibili scenari eruttivi, è valso a individuare i fattori di vulnerabilità delle strutture e degli elementi architettonici e urbani del comprensorio vulcanico. I dati sinora raccolti garantiscono misure efficaci di mitigazione degli effetti devastanti di un’eruzione a distanze superiori ai cinque chilometri dal cratere, assicurando condizioni migliori di sicurezza per le comunità residenti alle falde della ”montagna”. Uno studio parallelo è in atto sugli aspetti del bacino vulcanico dei Campi Flegrei.
Durante i lavori è stato presentato un libro, «Vulnerabilità sismica nell’area vesuviana», realizzato dagli stessi docenti dell’area di ricerca universitaria. «Si tratta del primo appuntamento di una serie di esperienze sui temi del rischio ambientale in Campania», ha spiegato Giulio Zuccaro. Dopo vulcani e terremoti l’attenzione sarà concentrata sugli effetti dei disastri provocati dall’emergenza idrogeologica nella regione purtroppo più bersagliata del nostro Paese.
f. m.
Archivio articoli
2001
Archivio articoli 2000
Archivio articoli 1999
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Il Vesuvio conserva energia dal
1631.
La camera magmatica, che contiene polveri vulcaniche e rocce fuse a 2000 gradi di
temperatura, è di circa cinque chilometri cubi. |
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