Martedì 14
Dicembre 1999
Torre del Greco, è esodo
Dal 91 sono «scappate» oltre seimila persone
(da il Mattino 14/12/99)
Rischio Vesuvio, disoccupazione e alto indice di
invivibilità mettono in fuga i torresi. Secondo i dati diffusi dall'ufficio anagrafe del
Comune di Torre del Greco, in media sono circa centocinquanta i cittadini che ogni mese
chiedono di essere cancellati dai registri di residenza per ottenere il trasferimento
definitivo in zone del nord d'Italia: dal '91 ad oggi, sono «scappati» oltre seimila
uomini e donne. Un totale di diecimila persone in meno rispetto all'85.
Dunque, un esodo di massa che soprattutto negli ultimi tempi ha continuato a subìre una
vera impennata: basti pensare che in due settimane sono state consegnate allo sportello di
via monsignor Felice Romano circa cinquanta pratiche relative al cambio di residenza.
Tradotto in numeri, significa che, in quindici giorni, almeno un centinaio di persone -
talvolta interi nuclei familiari - insofferenti ai mali cronici di Torre del Greco, hanno
preferito cambiare aria, traslocare e voltare le spalle alla terza città della Campania.
Un trasferimento meditato e già progettato da tempo che, però, per molti è maturato
all'indomani della scossa di terremoto di origine vulcanica che a ottobre scorso ha
generato il panico in tutta la popolazione che vive alle pendici del Vesuvio. Un numero
elevatissimo di uomini e donne, adulti, anziani e bambini che, sempre più spesso -
secondo le stime degli esperti - sceglie di andare ad abitare soprattutto in comuni
dell'Emilia Romagna e comunque in paesini del centro-nord d'Italia. Non a caso, tra le
città italiane più gettonate dai torresi emigrati, ci sarebbe Carpi.
Ma, a differenza degli scorsi anni quando a partire per non tornare più erano in
particolar modo i giovani in cerca di lavoro, oggi decide di voltare definitivamente
pagina anche chi non ha problemi occupazionali: impiegati statali e comunali, liberi
professionisti, artigiani, commercianti e ristoratori. Gli stessi che, per investire sul
futuro dei figli, non esitano a calpestare le proprie radici e ad abbandonare gli affetti
familiari nella speranza di migliorare soprattutto la qualità della vita. Migliaia di
papà e mamme, insomma, che specialmente in queste ore, contribuiscono a paralizzare il
mercato immobiliare: primo settore, fra tutti, che ha registrato le immediate conseguenze
di quella che sembra essere una fuga dall'inferno.
Ma a quanto pare, i sintomi di un malessere diffuso erano chiari già sul finire degli
anni 80, quando i dati anagrafici iniziavano a segnalare le prime emorragie di
cittadini. Nell'85, infatti, vivevano a Torre del Greco oltre 105mila persone: nel '91, il
censimento ufficiale ha contato 101mila 361 abitanti. Un decremento che non si è mai
fermato: nel '98 la popolazione è scesa a 95mila 661. Tuttavia, il calo demografico
potrebbe toccare il minimo storico nel '99. Nei primi sei mesi di quest'anno, infatti,
secondo i rilevamenti dell'ufficio anagrafe, sono emigrati 1227 torresi: 168 a gennaio, 97
a febbraio, 304 a marzo, 137 ad aprile, 308 a maggio e 213 a giugno.
E mentre bisognerà aspettare il Duemila per stabilire con certezza quante persone hanno
scelto di andarsene da Torre del Greco durante l'ultimo semestre di questo secolo, le
stime ufficiali riportano un altro dato inquietante. Da gennaio ad oggi, sono state
presentate 1215 pratiche per il cambio di residenza di giovani coppie o di interi nuclei
familiari: 160 in più rispetto allo scorso anno.
MARIELLA ROMANO
Martedì 14 Dicembre 1999
Monumenti:
salviamoli dai disastri
(da il Mattino 14/12/99)
Meridione da proteggere. Troppi rischi naturali per le
città costiere, ma anche per i centri dellAppennino. DallAbruzzo alla
Sicilia, attraverso il Molise, la Puglia, la Basilicata, la Calabria, la Campania. Parchi
soprattutto, nazionali e regionali. Aree protette, le più ricche di beni ambientali,
monumenti, testimonianze storiche. Ma quanto potrebbe essere distrutto da una scossa di
terremoto, da una frana? Quanto rischiano le città vesuviane se il vulcano dovesse
minacciare un improvviso risveglio? Scongiurare lutti e macerie, mitigare e prevenire i
pericoli, allontanare la possibilità che il 30 per cento circa dei monumenti e degli
edifici pubblici dellarea del Vesuvio vengano danneggiati; ma anche che la Campania
perda, in caso di movimenti della terra, il 10 per cento dei beni ambientali: è questa
lultima scommessa del Dipartimento della Protezione civile.
Con un disegno di legge approvato tre giorni fa dalla giunta, scende in campo anche la
Regione: tutti i proprietari di immobili, potrebbero essere obbligati a verificare la
vulnerabilità del proprio appartamento. Un capillare monitoraggio del patrimonio
abitativo campano, che la Regione è disposta ad incentivare anche attraverso convenzioni
con gli Ordini professionali di ingegneri, architetti e geometri. Dopo tre anni di lavoro
che ha impegnato circa mille tra tecnici, informatici, amministrativi, e socialmente
utili, i dati del Dipartimento, aggiornati a giugno 99, sono stati annunciati ieri
nellambito di un convegno nazionale che si è svolto a Villa Bruno, a San Giorgio a
Cremano, a cui hanno preso parte funzionari della Prefettura, del Dipartimento della
Protezione civile, della Regione e della Provincia, olre che il sindaco della città
vesuviana. Conclusa la prima fase del progetto, a gennaio i risultati definitivi sulla
vulerabilità degli edifici pubblici, dei monumenti e delledilizia abitativa.
Intanto, il Dipartimento già conosce quali materiali sono stati utilizzati negli ultimi
20 anni nelle sette regioni monitorate, per costruire scuole, ospedali, alloggi, strutture
pubbliche. Lo stato di salute di chiese e beni architettonici e storici, è stato
verificato in 463 comuni, 20 province e Prefetture, 9 parchi nazionali e 10 parchi
regionali. Pessimo - è il dato emerso - lo stato di conservazione del 70 per cento degli
edifici controllati.
r. p.
Giovedì 2
dicembre '99
«La situazione è sotto controllo,
niente allarme»
(da il Mattino 2/12/99)
Lo studio dei due geologi, Palumbo e Pennacchio, con la
supervisione del professor Ortolani, presto diventerà una pubblicazione. Sulle loro
scoperte si è concentrata l'attenzione della Federico II e del CNR. Finora il costo delle
ricerche è stato interamente a loro carico, ma i giovani (Palumbo ha 28 anni e Pennacchio
35) sono ottimisti per il futuro.
Gregorio Palumbo ci mostra l'intero lavoro, che costituisce anche la sua tesi di laurea.
Un faldone da migliaia di pagine.
Sorpreso delle novità trovate o in qualche modo se l'aspettava?
«Nient'affatto, il primo a meravigliarmi sono stato proprio io, soprattutto perchè non
c'era traccia in nessun testo dell'attività vulcanica nel Casertano. La lava a Parete
proprio non potevamo immaginarla».
Qual è per i cittadini il risvolto delle vostre ricerche? «Non devono allarmarsi, ma
nemmeno sottovalutare il fenomeno. Qui si parla sempre del rischio Vesuvio, ma il pericolo
potenziale c'è anche nei Campi Flegrei. La valutazione del rischio vulcanico per i Campi
Flegrei è basata sullo studio dell'attività recente (più giovane di 10 mila anni).
Secondo i nostri dati i pericoli per il Casertano nascono proprio da lì e più che di
natura vulcanica sono di natura sismica. Generalmente i terremoti che si generano in aree
vulcaniche che non hanno energia molto elevata sono legati alle caratteristiche meccaniche
del mezzo attraversato dall'onda sismica, come la densità o la compattezza. Sarebbe un
errore gravissimo metterlo da parte».
Come possono attrezzarsi i Comuni per affrontare il problema nel modo migliore?
«I sindaci devono interessarsi al sottosuolo dei paesi che amministrano e disporre studi
di esperti, finalizzati alla realizzazione di mappe del rischio dal punto di vista
idrogeologico, sismico e vulcanico».
A cosa realmente potranno servire le mappe?
«Innanzitutto a cautelare il territorio e i cittadini. Solo conoscendo in profondità e
con certezza quello che c'è sotto i nostri piedi potremo evitare possibili sciagure. E
poi le mappe sono la base della legislazione di tutela: come si possono rilasciare
concessioni edilizie senza conoscere cosa nasconde il sottosuolo? Troppo spesso oggi si
costruisce senza relazioni geologiche, che risultano indispensabili. Il nostro ruolo è
salvaguardare la tutela territoriale».
Ma il gap da recuperare è enorme...
«Più di quanto si possa immaginare e sembra che nessuno voglia capire la necessità di
muoversi con decisione nella direzione opposta. Il nostro studio è il cardine da cui
cominciare. Prima il più aggiornato documento risaliva al 1986 e si trattava di una
ricerca condotta dall'Università di Napoli a due anni dal bradisismo. Per il resto c'è
poco da stare allegri. Vanno riviste tutte le carte sul rischio vulcanico-sismico in
Campania. Noi porteremo avanti, tra breve, sperando di poter contare su fondi di ricerca,
una campagna di monitoraggio nell'intera regione, con l'obiettivo di dar vita a nuove
mappe e di incentivare una nuova cultura della tutela del territorio».
Mercoledì 1
dicembre '99
Rischio maremoto Tirreno;
CNR, ALLARMISMI INFONDATI
(da ANSA )
PALERMO, 1 DIC - ''Non sussistono indizi di imminenti
rischi legati agli apparati vulcanici sommersi e sono pertanto infondati gli allarmismi
dopo la divulgazione delle ultime ricerche sui vulcani del mar Tirreno''. Lo dice Michael
Marani, responsabile di un progetto del Cnr per lo studio dei fondali del Tirreno. Marani,
in una conferenza stampa a Roma per divulgare gli ultimi risultati delle ricerche, aveva
parlato dei rischi di maremoti per Calabria, Campania e Sicilia, dovuti a ''collassi di
materiale dai fianchi del vulcano Marsili che s' innalza dal fondo del Tirreno''. Secondo
Marani ''la novita' di queste ricerche e' di fornire una base di conoscenze allo scopo di
avviare indagini per approfondire la dinamica evolutiva di questi apparati e quindi per
definirne la potenziale pericolosita' in modo simile a quanto normalmente avviene per i
vulcani emersi''. La prefettura di Messina aveva chiesto notizie sulla possibilita' di
maremoti al dipartimento di protezione civile dopo aver letto le notizie che erano emerse
nella conferenza stampa di Marani e di altri scienziati dell' istituto di Geologia marina
di Bologna titolare del progetto del Cnr. (ANSA). COM-FK 01-DIC-99 11:54
Mercoledì 1
dicembre '99
SAN GIORGIO A CREMANO
«EDUCAZIONE ALLA CONVIVENZA»
(da il Mattino 1/12/99)
Vesuvio: consapevolezza del rischio, educazione alla
convivenza. Queste le idee-cardine del piano che il Comune di San Giorgio ha varato in
questi giorni per informare («e formare») i ragazzi delle scuole cittadine, i soggetti
più a rischio-disinformazione. Il progetto, che è promosso e sarà sviluppato attraverso
il laboratorio regionale «Città dei bambini e delle bambine» (di cui uno dei settori
tematici è proprio quello della convivenza con il vulcano) porta la firma dell'Istituto
Internazionale «Stop Disaster», una organizzazione che si pone lobiettivo di
«diffondere la cultura della consapevolezza del rischio» per le comunità civili che ne
sono esposte. Dalle indicazioni sperimentali raccolte nella prima fase di questo progetto
scaturiranno anche precisi indirizzi per il piano di protezione civile relativamente alla
popolazione scolastica.
A San Giorgio, infatti, il 35 per cento dei 65mila cittadini è costituito da ragazzi in
età scolare e il 95 per cento di questi non ha mai avuto un approccio positivo con il
rischio Vesuvio. Si parte il 16 dicembre a Villa Bruno con la seconda edizione
dell'iniziativa «Il Vesuvio a scuola» rivolta agli studenti delle scuole medie della
città. «È urgente, soprattutto se si ha a che fare con la fascia d'età
infantile-adolescenziale, spostare il problema sull'aspetto educativo - dice il
vicesindaco Giovanni Carbone - e quindi far acquisire una consapevolezza di convivenza con
il rischio. Per fare questo abbiamo messo insieme tutte le risorse del territorio:
intellettuali, associazioni culturali e istituzioni per ottimizzare l'intervento».
Quest'anno, proprio a partire dal progetto di educazione alla convivenza con il vulcano,
si parlerà dell'eruzione del 16 dicembre del 1631 considerata dagli esperti come
riferimento per l'«evento massimo atteso». Il progetto, che si avvale della
collaborazione dell'Ente parco Nazionale del Vesuvio, dell'Osservatorio Vesuviano e delle
altre istituzioni coinvolte nel più vasto piano di protezione civile, come la Prefettura
e la Protezione civile stessa, si articolerà in diversi momenti e sarà sviluppato nella
modalità pedagogica più appropriata. «È proprio attraverso il gioco, ad esempio - dice
Arturo Montrone, il coordinatore pedagogico della «Città dei bambini» - che si riesce a
migliorare l'approccio educativo con i ragazzi».
In particolare si punta a trasmettere una nuova cultura della sicurezza fondata sulla
conoscenza del problema e sulla risorsa Vesuvio. In quest'ottica sono previsti incontri
con gli anziani, quali testimoni degli eventi passati, sul rapporto con i media e sulla
loro funzione informativa, sulla conoscenza del territorio. In una seconda fase, si
punterà invece anche a coinvolgere gli adulti e le famiglie. Assieme a questo progetto,
l'associazione Megaride, sempre attraverso la «città dei bambini», ne svilupperà anche
uno sperimentale sul rapporto tra mare e Vesuvio, per far accostare i ragazzi al vulcano
da una prospettiva differente. Questi progetti, presentati assieme ad altri 16,
rappresentano un forte momento di studio e sperimentazione delle problematiche di tipo
sociale e ambientale cui sono chiamati a confrontarsi ogni giorno i ragazzi.
GIANCARLO PANICO
Venerdì 26 Novembre
1999
Rischio maremoto
per le coste del Sud?
Nel Tirreno il vulcano più grande d'Europa
E' attivo, a 500 metri di profondità nel tratto Cefalù-Salerno
(da la Repubblica )
E' il più grande vulcano d'Europa e il suo
cratere è a circa 500 metri sotto le acque di casa nostra, nel tratto di mare tra Salerno
e Cefalù. Si chiama Marsili, si innalza per circa 3 mila metri nel Tirreno, e ha un
volume di 1.600 chilometri cubi. I ricercatori del Cnr dopo tre anni di rilevazioni lo
hanno trovato come lo immmaginavano: lungo 65 chilometri e largo 40, inquieto e
imprevedibile, esattamente come i fratelli di terra: l'Etna, il Vesuvio o Stromboli. Come
questi, infatti, Marsili può eruttare da un momento all'altro, tra cent'anni oppure
domani. Con una differenza: quando deciderà di farsi sentire, l'esplosione sottomarina
potrebbe provocare un maremoto, un'onda d'urto colossale capace di allungarsi fino alle
coste delle Eolie, della Calabria e della Campania.
E' un nuovo allarme "vulcani" a pochi giorni dalle prove di evacuazione per le
popolazioni che vivono alle falde del Vesuvio? Le coste meridionali sono a rischio come
quelle dei paesi del Pacifico, colpiti dall'immensa onda tsunami che flagella ogni tanto
il Giappone e l'Indonesia? Il Consiglio nazionale delle ricerche che ha portato a termine
la prima carta geologica di tutto il Tirreno smorza subito i toni: "Nessun
allarmismo, non c'è un rischio immediato per la popolazione", spiega infatti il
responsabile del progetto Tirreno, Michael Marani. "Non è certamente una novità che
i vulcani siano pericolosi e imprevedibili - aggiunge il ricercatore - semmai la novità
scientifica è questa: abbiamo accertato che nel tratto di mare tra Salerno e Cefalù è
attivo un vulcano gigantesco, pericoloso, imprevedibile come tutti i vulcani
terrestri".
Ma come hanno fatto a capire i ricercatori che Marsili è attivo? "Sui suoi fianchi -
spiega ancora il responsabile del progetto, si stanno sviluppando numerosi apparati
vulcanici satelliti, molti dei quali hanno dimensioni comparabili con il cratere
dell'isola di Vulcano". Su alcuni dei vulcani sottomarini, ha aggiunto, "sono
state identificate le tracce di enormi collassi di materiale". Sono questi
"collassi" i segnali del pericolo, purtroppo non prevedibile: "Il Tirreno
è il mare più giovane del Mediterraneo - ha aggiunto lo studioso - e per questo è
ancora molto instabile".
Gli studi del Cnr continueranno, proprio per portare a termine il lavoro di osservazione
su Marsili e i suoi vulcani satellite, Alcione e Lametini: a partire dal giugno prossimo e
per i prossimi tre anni, lavoreranno le telecamere guidate, si faranno le campionature per
controllare l'entità dei fenomeni che proseguono "nascosti" dalle acque
profonde. Il progetto Tirreno è costato più di un miliardo in tre anni: oltre 36 mila
chilometri di navigazione in 100 giorni, per studiare il sottosuolo marino dove i crateri
da rilevare sono ancora numerosi.
NANNI VELLA
La simulazione di Domenica 21 novembre '99
Prove tecniche di eruzione
Gli articoli sulla finta eruzione
Venerdì 12 Novembre 1999
Scienze della Terra
La storia scritta sulle pietre
(da il Mattino 12/11/99)
Scienze della Terra, della sua sottile «sfoglia» di
roccie che si trasforma in milioni di anni ma anche in pochi secondi. E scienziati che
ricostruiscono la storia di intere catene montuose e del mare davanti Pompei, che
«leggono» nell'acqua il futuro dei vulcani, che fanno i conti dei disastri ambientali ed
insegnano ad evitarli.
L'Italia è davvero uno strano paese: abbonda di medici e scarseggia di geologi, i tecnici
ai quali è demandato il compito di studiare i tanti mali di questa nostra terra ballerina
e troppo spesso violata. «Forse è stata anche colpa nostra - dice Damiano Stanzione,
direttore del Dipartimento della Federico II - perchè fino a qualche anno non venivano
sottolineate adeguatamente le ricadute pratiche delle nostre ricerche. Ma ora molti nostri
studi riguardano ricerche applicate, i cui committenti sono in genere enti pubblici. La
regione Campania, ad esempio, ci ha affidato l'incarico di approntare con altri
Dipartimenti universitari il "piano cave", lo studio litologico di tutte le cave
esistenti sul territorio. Per i Beni ambientali del Cnr stiamo studiando i processi di
degrado dei materiali lapidei, come il caratteristico tufo giallo, utilizzati per
realizzare i principali monumenti in Campania. Sono invece finalizzati alla valorizzazione
delle risorse minerarie dell'Italia meridionale gli studi su particolari minerali
utilizzabili come materie prime in alcuni processi industriali. In collaborazione con
l'Università di Heidelberg stiamo inoltre studiando i giacimenti di zinco e piombo ad
Hunan, nella Cina meridionale».
Ma la ricerca che forse più interessa i campani, non solo i 600mila che vivono nella
piana vesuviana, riguarda una cinquantina di pozzi, da cui i contadini da sempre
estraggono l'acqua per irrigare le campagne. «In occasione di sciami sismici - spiega
Stanzione - mutano alcuni parametri chimico-fisici nelle acque di falda del territorio
interessato: la temperatura aumenta e varia sia la quantità che la composizione degli
ioni disciolti per la risalienza dei gas magmatici. Ad esempio, nell'acqua troviamo elio,
monossido e biossido di carbonio». Grazie dunque ad alcune sonde che «pescano» nei
pozzi e che monitorano costantemente, 24 ore su 24, la temperatura ed il contenuto di sali
di quest'acqua gli scienziati sono in grado di controllare le variazione dell'attività
del Vesuvio e di altri vulcani attivi come i Campi Flegrei. «Fino ad oggi - ci tiene a sottolineare il geologo - non abbiamo
osservato eventi che facciano prevedere un'eruzione in tempi brevi». Con analoghe procedure si sta monitorando anche la
distribuzione dei metalli pesanti, come il piombo, nei suoli e nelle falde acquifere
dell'area urbana di Napoli per verificarne eventuali inquinamenti.
Ma i geologi napoletani, oltre che nelle future eruzioni, stanno leggendo anche in quelle
passate. Nel 79 d.C. la pioggia di cenere e lapilli non si riversò solo su Pompei,
Ercolano ed Oplonti ma anche sul mare, modificando il profilo della costa e «congelando»
gli habitat naturali. E come gli archeologi hanno riportato alla luce uomini e cose
sepolti dallo «sterminator Vesevo», così i geologi stanno recuperando i resti fossili
degli organismi animali e vegetali che vivevano nel mare o che vi sono stati trascinati
dalla furia dell'eruzione. Il Ministero dell'Università e della ricerca scientifica ed il
Cnr hanno infatti commissionato ai geologi uno studio sull'ambiente sottomarino del
litorale napoletano e salernitano. Con il sistema del carotaggio, si prelevano campioni
dal fondo marino e se na analizza il contenuto. Una ricostruzione paleoambientale
perfetta, con risvolti incredibili.
«La maggior parte di noi è convinta - dice il professor Stanzione - che l'inquinamento
ambientale sia un problema dei nostri giorni. In realtà non è così: anche gli artigiani
di Pompei e degli altri paesi costieri inquinavano, gettavano a mare tutti i rifiuti delle
loro attività». Oggi, dopo quasi duemila anni queste magagne stanno tornando alla luce.
Molto più recenti le magagne evidenziate dai geologi alla foce dei Regi Lagni, dove la
costruzione del villaggio Coppola Pinetamare ha alterato l'equilibrio geoambientale del
litorale, e ad Ischia, dove i fenomeni erosivi stanno facendo scomparire intere spiagge.
Un'altra ricerca molto impegnativa, in cui sono coinvolti molti dei 54 docenti del
Dipartimento, è la ricostruzione della storia geologica dell'Appennino. «Stiamo
revisionando un modello tettonico in grado di coniugare, a partire dal Tortoniano
superiore (un periodo geologico che risale ad 8-9 milioni di anni fa), le fasi tettoniche
distensive, a cui è dovuta la formazione del margine continentale campano e dei bacini su
di esso impostati, con le fasi compressive che hanno dato origine alla catena
appenninica». I movimenti della crosta terrestre somigliano a quelli di una fisarmonica:
a periodi di calma, in cui il materiale organico ed inorganico ha tutto il tempo di
sedimentare, seguono fasi convulse in cui la spinta degli strati più profondi raggiunge
un'energia tale da sconvolgere ogni cosa in superficie. E di questi «sconvolgimenti»
l'Appennino è stato ed è spesso teatro. Ma, a saperle leggere, tutto rimane scritto
nelle pietre. Attraverso lo studio dei fossili di organismi animali e vegetali, i
paleontologi della Federico II stanno anche ricostruendo la storia climatica della
Campania. E poi c'è Ciro, il cucciolo di Scipionix samniticus trovato a Pietraroja, un
paesino del Beneventano. «La scoperta - conclude Stanzione - ci ha fatto capire che
abbiamo ancora molto da apprendere sulla storia della nostra terra».
Evelina Perfetto
15:54 VESUVIO: JERVOLINO INCONTRA PARLAMENTARI CAMPANI
(ASCA) - Roma, 28 ott - Su richiesta dei parlamentari del
centro-sinistra dell'area vesuviana il ministro dell'Interno Rosa Jervolino Russo ha
ricevuto gli on. Piccolo, Cennamo e Siola i quali, anche in rappresentanza degli altri
colleghi, hanno espresso i problemi relativi alla efficiente organizzazione e gestione
degli interventi che le istituzioni hanno il dovere di predisporre per garantire la
sicurezza dei cittadini di fronte ad una eventuale futura ripresa dell'attivita' del
Vesuvio. Il ministro Jervolino - si legge in una nota del Viminale - ha innanzitutto
riconfermato quanto, nei giorni scorsi, e' stato piu' volte sottolineato dal
sottosegretario Barberi circa la insussistenza di attuali pericoli ed ha espresso la piena
volonta' del governo di lavorare insieme con le istituzioni locali e con gli eletti dai
cittadini per affrontare e risolvere i problemi del territorio.
Il Vesuvio fa tremare Napoli
Piano di evacuazione in 7 giorni. "Ma non c'è
pericolo"
Lo sciame sismico provocato da magma a 10 chilometri di profondità. Polemica sull'allarme
di OTTAVIO RAGONE
(da la Repubblica 12/10/99)
NAPOLI - Manca poco
all'alba quando il Vesuvio spedisce un altro dei suoi sinistri messaggi. Alle 4.25 i
sismografi registrano una scossa di magnitudo 2.9, ennesimo sussulto dello sciame sismico
che da sabato scorso tiene sulla corda migliaia di abitanti alle falde del vulcano.
Tremano i tavoli nelle case, ballano i letti. La scossa non fa danni, si spegne in pochi
secondi, ma lascia dietro di sé una scia di panico. Eppure la Protezione civile ripete
alla popolazione che non bisogna allarmarsi perché non esiste alcun pericolo di eruzione,
i micro-terremoti rientrano nella normale attività sismica. Ieri il sottosegretario
Franco Barberi ha convocato a Roma la commissione grandi rischi, oggi a Napoli il prefetto
Giuseppe Romano riunirà i sindaci delle città vesuviane affinché informino, e
tranquillizzino, gli abitanti.
Barberi ha spiegato che il magma è sepolto a dieci chilometri di profondità. Se un
giorno risalisse in superficie, il vulcano lancerebbe abbondanti segnali premonitori,
variazioni della temperatura della falda, fratture nella terra, fughe di gas. I geologi
non hanno osservato alcun fenomeno del genere. Per questo, dice il responsabile della
Protezione civile, "non ci sono ragioni per attivare il piano di emergenza", il
programma di evacuazione dei residenti, 600mila persone in 18 Comuni da spostare in altre
regioni d'Italia in soli sette giorni. Sono quattro i livelli di allerta del piano,
contraddistinti da colori diversi. Il verde corrisponde alla situazione attuale: non c'è
pericolo. Il giallo prevede la convocazione dei centri di coordinamento soccorsi.
L'arancione fa scattare lo stato di emergenza. Il rosso impone l'evacuazione per il
concreto rischio di un'eruzione imminente.
Anche Lucia Civetta, direttrice dell'Osservatorio Vesuviano, parla
di normali crisi sismiche. Tuttavia la polemica infuria. Giuseppe Luongo, docente di
fisica del vulcanismo all'università di Napoli, contesta i dati ufficiali. Sostiene che
la magnitudo della scossa registrata ieri notte è più alta di quella dichiarata, chiede
che vengano messi a disposizione degli scienziati "i dati veri che non devono essere
secretati". La diatriba disorienta gli abitanti. I sindaci chiedono maggiori
informazioni, esercitazioni pratiche di protezione civile per la popolazione.