"19 marzo Oggi il Vesuvio ha eruttato. E' stato lo spettacolo più
maestoso e terrribile che abbia mai visto (...). Il fumo dal cratere saliva lentamente in
volute che sembravano solide. Si espandeva così lentamente che non si vedeva segno di
movimento nella nube che la sera sarà stata alta 30 o 40 mila piedi e si espandeva per
molte miglia. (...)
Di notte fiumi di lava cominciarono a
scendere lungo i fianchi della montagna. (...) Periodicamente il cratere scaricava nel
cielo serpenti di fuoco rosso sangue che pulsavano con riflessi di lampi. (...)
22 Marzo (...) In seguito alle notizie che
San Sebastiano stava per essere spazzata via dal corso della lava e che Cercola era
minacciata, sono stato mandato per fare un rapporto su quanto avveniva. (...)
Io ero proprio sotto la grande nube grigia
piena di rigonfiamenti e protuberanze come un colossale pulsante cervello. Raggiunta S.
Sebastiano, sembrava incredibile che tutta quella gente potesse aver voluto vivere in tal
posto. La città era costruita all'estremità di una lingua di terra fin ad ora rispamiata
dal vulcano, ma completamente circondata dai tremendi campi di lava lasciati dall'eruzione
del 1872, anzi proprio in una valle fra di esse.(...)
Qui, in mezzo a questa "terra di
nessuno" del vulcano, qualsiasi dilettante avrebbe predetto la distruzione della
città con matematica certezza, ma apparentemente nessun cittadino di S. Sebastiano ne
avrebbe mai ammessa la possibilità. Il legame con la città è una questione di fede
religiosa. Gli edifici sono stati costruiti solidamente per resistere nei secoli (...)
Tutte le finestre guardano ad ovest, alle verdi vallate verso Napoli, e le case hanno il
retro verso il grigio, eterno cono del vulcano (...).
All'ora del mio arrivo la lava stava
scivolando tranquillamente lungo la strada principale e, a circa 50 iarde dal fronte di
questa massa debordante, una folla di diverse centinaia di persone, per la maggioranza
vestite di nero, era inginocchiata in preghiera (...). Di tanto in tanto un cittadino più
arrabbiato afferrava uno stendardo religioso e lo agitava con furia verso il muro di lava,
come a scacciare gli spiriti maligni dell'eruzione. (...)
Una casa lentamente aggirata e poi
sovrastata dalla lava scomparve intatta dalla vista e seguì un debole, distante
scricchiolio mentre la lava cominciava ad inghiottirla. (...) Un certo numero di persone
reggeva, a fronteggiare l'eruzione, immagini sante e statue fra cui quella dello stesso S.
Sebastiano; ma in un lato della strada notai, con molte persone, la presenza di un'altra
statua coperta da un lenzuolo bianco (...).
Questa era l'immagine di S. Gennaro
contrabbandata da Napoli nella speranza che essa potesse essere di utilità se tutte le
altre avessero fallito. Era stata coperta col lenzuolo per evitare un'offesa alla
confraternita di S. Sebastiano e al santo stesso che si sarebbe potuto risentire di questa
intrusione nel suo territorio. S. Gennaro sarebbe stato portato all'aperto solo come
ultima risorsa. (...) Il carabiniere non pensava che questo sarebbe stato necessario, in
quanto gli era chiaro che la colata di lava stava rallentando." |