

Primo stile

Secondo Stile

Terzo Stile

Quarto Stile

Il Mosaico
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i quattro stili della pittura Pompeiana
La prima tecnica che si incontra a Pompei, diffusa negli edifici e in
particolare nelle abitazioni, si verifica a partire dall'età sannitica, ossia dal 150 a.
C. fino aell'80 a.C., consiste in una plastica imitazione del marmo variegato,
dell'alabastro o del porfido: essa è detta "stile dell'incrostazione" e deve il
nome alla voce crusta, che significava anche "rivestimento con lastre di marmo".
Si tratta di imitazioni eseguite con i colori predominanti rosso e nero con una striscia
gialla in basso, che formano un efficace contrasto di tinte con un giuoco sottile di
figurazioni astratte. A Pompei questo stile si incontra nella Basilica e nel Tempio di
Giove, ma anche in alcune abitazioni private, come la Casa del Fauno.Questa maniera,
regolare ed elementare, di decorare, o meglio di colorare e ritmare le pareti che troviamo
a Pompei, ha precedenti e manifestazioni pressochè contemporanee e appena
precedenti in tutto il mondo ellenistico. Le tinte sono intense, in origine certo
violente, segno di una sensibilità cromatica elementare, della quale nella Grecia
classica sono una testimonianza precedente ad esempio i vasi a figure rosse su fondo nero.
Questo tipo di decorazione che in ordine di tempo compare primo nelle città campane, è
stato chiamato dal Mau, lo studioso tedesco che per primo esaminò la pittura antica in
uno studio sistematico, " primo stile pompeiano ". A Pompei ed
Ercolano le pitture di questo stile contengono piccoli elementi architettonici, quali i
pilastri per la divisione verticale delle superfici. Successivamente in un aspetto di quel
che è noto come il "secondo stile" (una fase che
approssimativamente ricoprì gli ultimi tre quarti del I secolo a.C.) quest'ultimo tema
architettonico prese completamente il sopravvento. Una serie meravigliosa di dipinti
provenienti da una sala della Villa di Publio Fannio Sinistor, che era una delle numerose
abitazioni di campagna esistenti nei dintorni di Boscoreale, costituisce l'apogeo
dell'evoluzione della tecnica. I riquadri, che ora sono visibili nel Metropolitan Museum
of Art di New York, sono altrettanti capolavori divisi l'uno dall'altro da snelle colonne
che conferivano alla sala l'aspetto di un chiostro, da cui si godeva la vista di uno
scenario ardito e vivace di strade, di case e di atrii colonnati.
- Non v'è dubbio che le pitture non siano altro che imitazioni di
scenari teatrali relativi a rappresentazioni drammatiche di un tipo al quale fa
riferimento anche Vitruvio. Eventuali confronti con la Campania possono soltanto essere
immaginati, ma è sintomatico il fatto che Neapolis fosse un importante centro di arte
teatrale. Per quel che riguarda Roma, Plinio il Vecchio racconta di uno scenario teatrale
che con tutta probabilità non doveva essere diverso dalle pitture murali in questione.
Realizzato da Appio Claudio Pulcro nel 99 a.C., si diceva che contenesse vedute di tetti
di case così realistiche che perfino gli uccelli tentavano di posarvisi sopra. I Greci ed
i Romani si dilettavano di trompe l'oeil e amavano storielle di questo genere.
- Spesso il paesaggista pompeiano andava più vicino al soggetto e
scendeva a dipingere i particolari dei giardini tanto prediletti dai suoi clienti. Anche
in questo caso, come gia succedeva per i pittori di soggetti architettonici, sembrava che
egli volesse imitare gli scenari teatrali i più celebri esempi di tale genere di lavoro
che siano pervenuti fino a noi risalgono al periodo tra il 40 ed il 25 a.C. e sono i
verdeggianti studi di argomento silvestre provenienti dalla Villa di Livia a Primaporta e
ora conservati nel Museo Nazionale di Roma. Ma anche a Pompei gli esemplari dello stesso
tipo abbondano, variando dalle scene tranquille scoperte nel 1954 nella Casa del Frutteto,
e` che presagiscono gli arazzi francesi e fiamminghi conosciuti col nome di verdures, fino
alle esuberanti visioni di belve esotiche. In particolare, i giardini delle case, in
ossequio al principio che le pitture dovevano per quanto possibile corrispondere allo
scopo cui erano destinate le stanze o le corti, avevano le pareti ricoperte con scenari in
cui si vedevano fiori, cespugli e animali formanti quasi un'appendice degli stessi
giardini che così si voleva far apparire più grandi. L'idea di dipingere soggetti
naturali è stata ben sfruttata, ottenendo risultati affascinanti che conferivano
sensazione di freschezza; essa, però, non era affatto una novità dal momento che le
ghirlande di fiori e di frutti, dipinte o scolpite, erano ben note a Pergamo già nel II
secolo a.C., allorché l'arte di quel regno era nel pieno vigore del suo rigoglio.
Inoltre, un pittore greco di nome Demetrio, figlio di Seleuco, il quale era stato a Roma
nel 164 a.C., venne specificamente chiamato "paesaggista" (topographos) e fu il
primo uomo di nostra conoscenza ad essere così definito. Come tema letterario, il
paesaggio era già stato fatto venire di moda negli anni dal 270 al 260 a.C. circa dalle
poesie idilliche di Teocrito di Siracusa, il poeta pastorale della civiltà urbana che
scriveva per i cittadini di Coo e di Alessandria mescolando sottilmente sofisticazione e
semplicità, spiritoso realismo e convenzionalità tradizionale.
- Fra il fogliame dei quadri saltellano gli uccelli. Si vedono gli
aironi fra i melograni, e nella Casa di Fabio Amandione v'è un gruppo di tre volatili
appollaiati sul bordo di un'alta vaschetta marmorea destinata al loro bagno. Tali dipinti
riproducevano gli uccelli che i giardini effettivamente contenevano nelle loro uccelliere,
e gli artisti che prediligevano il tema dovevano assomigliare a uno dei personaggi del
romanzo di Petronio, cioè a quel ragazzo che si interessava di due sole cose- degli
uccelli e della pittura.
- Era di moda dipingere pure animali morti, tra cui uccelli e pesci che
compaiono, insieme con ortaggi e frutti vari, in una serie straordinaria di nature morte:
soggetto che divenne, e poi tornò nuovamente ad essere, un tema favorito dei pittori di
Pompei. Allora v'era l'usanza di inviare agli amici doni costituiti da generi da mangiare
crudi, il che spiega il ripetersi di tanti quadri del genere.
- Il trattamento del tema, in cui vengono abilmente combinati realismo
e impressionismo, probabilmente doveva qualcosa a un celebre pittore greco fiorito verso
il III Secolo a.C., di nome Pireico, il quale si era specializzato nel riprodurre soggetti
del tutto comuni, come botteghe da barbiere, banchetti da ciabattino, asini e cibi, e, a
un livello leggermente più rozzo, le svariate insegne dei negozi di Pompei possono in
maniera analoga essere indirettamente addebitate alla sua opera. Ma a Pompei alcuni
pittori del I secolo d.C. raggiunsero eccellenti risultati nelle vaste composizioni di
figure umane. Già si e accennato alle grandi pitture di soggetto religioso che
ricoprivano tre pareti di una stanza della Villa dei Misteri. Aventi per soggetto i
misteri dell'iniziazione bacchica, esse si rifacevano in larga misura a modelli perduti
originari di Pergamo. Ma il copista, se è questa la parola che si deve usare, era anche
un artista di prim'ordine che è riuscito a conferire alle sue figure fantastiche e
misteriose un alone straordinario di dignità divina, di violento movimento, di terrore,
di magia, di esaltazione.
- Nel IV secolo a.C. lo scultore Prassitele era riuscito a dare una
realtà visiva all'essenza di un mondo ideale, creando delle figure che compendiavano in
sé la diversità della natura divina; ed il maestro della Villa dei Misteri, pur
lavorando con una materia difficile quale può essere l'intonaco di un muro, si rivelò un
degno seguace del greco. La complessa composizione con cui egli decorò le pareti della
casa lascia col fiato sospeso ed è stata giustamente definita come la più grande
testimonianza esistente della pittura antica. Se essa risalga al tempo di Cesare (metà
del primo secolo a.C.), o alla prima parte del regno di Augusto (31 a.C.-14 d.C.) non è
stato possibile stabilirlo.
CONTINUA ---->
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Nulla può durare in eterno.
Il sole che brilla così chiaro, sprofonderà nel mare.
Anche la luna decresce, che ora brillava piena.
Così, alle burrasche della tua Venere segue spesso il dolce zeffiro.
Scritto di anonimo, nella casa di Caio Giulio Polibio, a Pompei |
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