L' eruzione vesuviana del 24 agosto del 79 d.C. attraverso le   lettere di Plinio il Giovane e le nuove evidenze archeologiche
 


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L'eruzione vesuviana del 24agosto del 79 d.C. attraverso le lettere di Plinio il Giovane e le nuove evidenze archeologiche
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Antonio Varone, Aldo Marturano

Estratto della "Rivista di studi pompeiani"
"L'EREMA" di BRETSCHNEIDER
Via Cassiodoro, 19 Roma

 

      E' proseguito con due successive campagne lo scavo lungo via dell' Abbondanza, di cui è stata dato ampio resoconto nei notiziari precedenti[1].

      Tale scavo è stato condotto ampliando l'esplorazione sul fronte ovest dell'isolato per completare il disseppellimento della restante parte della casa posta a nord del panificio al nr.6, della quale sono stati già portati a vista gli ambienti residenziali gravitanti intorno al giardino. Tra questi, in particolare, un'importanza veramente unica ha rivestito il grosso oecus nel quale erano in corso al momento dell'eruzione degli imponenti la­vori di rifacimento pittorico e musivo, che hanno dato una indicazione molto chiara del modo di operare delle maestranze antiche e della suddivisione dei compiti tra i vari artigiani intenti allo stesso lavoro[2]. A tale salone,destinato ad essere un caposaldo fondamentale per lo studio delle tecniche pittoriche in età roma­na, grazie alla documentazione da esso offerta dei vari stadi di avanzamento del lavoro, degli strumenti utilizzati, della parcellizzazione degli interventi di restauro su superfici limitate e non già in tutto l'ambiente, è stato già dato un ampio risalto in sedi scientifiche specialistiche, dove peraltro si è venuta sempre piú progressivamente precisando l'analisi archeologica del dato[3].

      Al momento pare tuttavia opportuno almeno accennare a due considerazioni che scaturiscono da questo dato. La prima è che la prova di tali restauri parziali apre,peraltro,un nuovo filone di ricerca da effettuare su tanti altri casi di rifacimenti pittori­ci a Pompei, documentati o ancora non riconosciuti,che potrebbero essere analizzati alla luce di tale risultanza e che potrebbero forse anche portare ad importanti conseguenze nel campo storico-artistico. La seconda è l'impressione non priva,comunque, di motivazioni che detti restauri parziali non siano invero da intendere nel loro senso all'apparenza piú ovvio, ossia come spia evidente di una crisi economica dei proprietari di questa casa (come pure di altri) negli ultimi periodi di vita della città. A tale dato,infatti,fanno da contraltare elementi opposti di non trascurabile portata. Sembrerebbe,invece,piuttosto avvertibile il disa­gio dei proprietari e la conseguente loro ritrosia ad affrontare opere radicali in una situazione sentita e vissuta come precaria. Le scosse di terremoto, non certo limitatesi a quelle, terribili, del 62, ma ripetute e verosimilmente infittitesi pochissimo tempo prima dell'eruzione[4] dovevano aver determinato nei Pompeiani uno stato di insicurezza che consigliva loro prudenza nel rimandare a tempi migliori quanto non strettamente indispensabile per poter continuare a vivere con agio nelle proprie case. Tale dato, del resto, rimane perfettamente in linea con il quadro che ormai è stato chiaramente delineato nel corso del dibattuto convegno sui terremoti a Pompei, organizzato dalla Soprintendenza Archeologica di Pompei, l' Istituto Archeologico Germanico e l' Osservatorio Vesuviano nel novembre 1993, al quale non poco hanno contribuito i nuovi dati desunti dal presente scavo[5]

      In tale convegno, peraltro, venne ribadita la necessità del­la collaborazione diretta tra archeologo e geologo sul terreno di scavo per la comprensione piena non solo della dinamica dei fenomeni vulcanologici, ma anche dei singoli loro effetti, che, sommati, determinarono la fine di Pompei.

      Generalmente, infatti, nei lavori che si occupano di questa eruzione, all'identificazione degli effetti prodotti dalle varie fasi dell'eruzione, è riservato solo un ruolo di secondo piano, essendo essi di norma supposti e dedotti da esperienze analoghe su altri vulcani, mentre gli aspetti vulcanologici, stricto sen­su, sono predominanti, ricercati e discussi. Questa sostanziale carenza deriva appunto dal fatto che i geofisici che si sono si­nora interessati del Vesuvio hanno osservato una stratigrafia già messa a giorno (cave o scavi archeologici) dove alcune evidenze, utili ad una correlazione tra i prodotti dell'eruzione e le real­tà preesistenti sul territorio, sono già state compromesse. Spesso, ed è il caso di laterizi, di piante o di cadaveri, sono stati rimossi dal punto del ritrovamento,o, comunque, ne è stato già alterato il contesto, prima che potesse essere effettuata un'accurata indagine non di tipo strettamente archeologico. Questa è una delle cause che sicuramente hanno limitato il contributo dei vulcanologi per quanto riguarda la quantificazione degli effetti legati all'eruzione, e, pertanto, il rilevamento stratigrafico, a questo proposito, ha solo fornito indicazioni generiche. Per esempio, il ritrovamento di materiale laterizio nelle pomici ha avvalorato la mancata tenuta dei solai e dei tetti, e per analogia, resti di manufatti all'interno dei flussi, ne hanno sottoli­neato la potenzialità distruttiva. Si conosce che alcuni abitanti di Pompei, e anche animali, sono stati ritrovati all'interno dello strato di pomici, e ciò ha fatto assegnare una capacità letale anche alla fase di fall-out, cosí come sicuramente hanno arrecato morte i flussi successivi, come è testimoniato sia dai calchi di cadaveri recuperati nello strato cineritico che da esperienze analoghe su altri vulcani.

      Ad un'osservazione diretta dei fenomeni rilevati dallo scavo la realtà si presenta invece in forme di molto piú complesse e tali da permettere la puntualizzazione di alcuni fenomeni. All' interno dello strato di pomici dell'eruzione del 79 d.C.,ad esem­pio, si rinvengono anche dei materiali la cui messa in posto è posteriore alla fase di fall-out, cosí come,inglobati nei flussi, si ritrovano materiali ad un'altezza stratigrafica superiore a quella temporalmente competente alla deposizione primaria (mate­riali rimobilizzati). E, naturalmente - e sembrerà banale sottolinearlo a questo punto - materiali ritrovati in un posto, potevano trovarsi in tutt'altro sito al momento dell'eruzione.

      Pertanto,volendo valutare la dinamica eruttiva in connessione con le potenzialità distruttive, una attenta analisi non può che essere rivolta all'interazione tra i processi causati dalle varie fasi dell'eruzione e l'ambiente preesistente. E' necessario, cioè,abbinare l'effetto riscontrato con la vulnerabilità dell'oggetto che l'ha subito e il livello deposizionale che lo ha fossilizzato,oltre che con il processo che l'ha causato (FIG.1).

      Proprio procedendo in tale ottica, quindi, dovendosi attuare appunto l'allargamento dello scavo, si è cercato di prestare la massima attenzione a tali fenomeni, profittando di quell' interfaccia comune che unisce il lavoro dell' archeologo a quello del geologo, rappresentata dalla stratigrafia.

      Gli sforzi comuni operati da entrambi analizzando diretta­mente sul cantiere,ognuno per la propria parte e con le conoscenze proprie della rispettiva professionalità,le risultanze che via via sbucavano dal suolo  abbinate allo loro attenta lettura stratigrafica hanno permesso di collocare temporalmente la successio­ne degli effetti e ricostruire a ritroso,man mano che si scavava, il precipitare della situazione tra il 24 e il 25 agosto del 79. Gli elementi di sicuro interesse acquisito sono tali inoltre da modificare in maniera alquanto significativa le comuni conoscenze sulla dinamica stessa dell'eruzione vesuviana del 79 d.C.

      Evidenziatosi il limite della casa sul lato occidentale si è preferito estendere lo scavo in larghezza a gran parte del vicolo di separazione tra questa e l'insula 11, tanto piú che esso appariva sicuramente non sondato precedentemente. Se da un lato ciò ha consentito archeologicamente di procedere contemporaneamente nello scavo all'esterno e all'interno del muro perimetrale, senza che terre gravassero su un solo lato di esso compromettendone la stabilità,ciò ha permesso anche,d'altra parte, di evidenziare una stratigrafia a parete che può seguirsi per oltre trenta metri, partendo dall' attuale piano di campagna e raggiungendo, allo stato dello scavo, il livello delle pomici grigie, a circa due metri di quota al di sopra del piano di calpestio antico.

      Essa, che attualmente rappresenta il migliore punto diretto d'osservazione dell'eruzione vesuviana del 79,offre, proprio grazie alla sua continuità, una lettura esemplificativamente nitida delle modalità di propagazione e deposizione dei flussi piroclastici sul letto di lapilli addensatisi in maniera disomogenea e con ampi dislivelli a seconda delle presenze di manufatti sul terreno. In alcuni punti esse ricordano all'osservatore quelle della sabbia del deserto modellata in dune dal vento. (FIG.2).

       Da nord-ovest dalla parte del Vesuvio a sud-est, dalla parte dei monti Lattari lungo la parete, l'esposizione delle pomici varia considerevolmente. A nord esse emergono per circa un metro, a sud non sono invece ancora visibili (FIG.3),e ciò riflette evidentemente la pendenza del vicolo.Per comodità,i singoli strati verranno riportati,in primo riferimento,con la simbologia usata nel 1985 per gli affioramenti pompeiani da Sigurdsson et al.[6] e quindi confrontati con l'attuale interpretazione (FIG.4).

      Nelle pomici (A6) si rinvengono tegole e laterizi derivanti da crolli di parti di edifici. A tetto delle pomici grigie è riconoscibile uno strato cineritico (S4), grigiorosato, meno ricco in fini nella parte inferiore. Tegole e travi confinano con questo strato. Un sottilissimo strato (A7) di lapilli pomicei arrotondati chiari, di meno di 1 cm di spessore in tutta la sezione esposta, separa il livello S4 dal surge S5,erosivo sul substrato. In questo livello si rinvengono pezzi di intonaco e frammenti di tegole. La sequenza verso l'alto continua con uno strato di 4-5 cm, molto ricco in litici, mancante di fini (A8), che prelude al set di strati S6, di circa 150 cm di spessore, con una parte inferiore stratificata di cenere grossolana e lapilli di pomice bianca e grigia nella quale si rinvengono sostanziali crolli, una parte centrale ricca in pomici, a dune, nella quale si rinvengono tegole plananti o imbricate, e una parte superiore, fine, ricca di lapilli di accrezione (C1).

      Nell'interpretazione che qui si propone a tetto delle pomici il surge-flow dell'unità EU1 (S4) sigilla la fase pliniana. Tra questa e il flusso una cenere grigia di caduta si è incuneata tra le particelle riempiendo i vuoti intergranulari e segnando l'inizio di una nuova fase in cui è vulcanologicamente dominante l' interazione con l' acquifero profondo. La successiva unità EU2 che apre l'attività freatomagmatica piú complessa, comprende una parte basale EU2a (=A7) e una piú fine EU2b (=S5), con caratteristiche da surge. Segue il flusso EU3, costituito da una parte ba­sale a (=A8),da una parte mediana b (che hanno un comportamento essenzialmente laminare, qui fortemente perturbato) e da una parte alta c,a comportamento turbolento,chiusa alla sommità da una parte d, formata da lapilli accrezionali di deposizione da una nube umida. In particolare le parti EU3b ed EU3c hanno consistenza e comportamento da debris-flow,come definito da Fisher & Schmincke[7].Il set di strati superiore è caratterizzato da due li­velli ricchi in litici e mancanti di fini, EU4a ed EU5a,separati da uno strato cineritico, EU4b. La EU5 è chiusa verso l' alto da uno strato cineritico ricco in pisoliti. Segue un livello ricco in litici, EU6a, sormontato da uno strato cineritico, EU6b, arricchito in pisoliti nella parte alta, EU6c. Quindi un set di strati cineritici, arricchiti in pisoliti,chiude la serie[8].

      L'attenzione sarà di seguito focalizzata sul set EU1-EU3, in quanto esso, messo,come si diceva,in connessione con i rinvenimenti effettuati nei vari strati, permette inoltre di dipingere un quadro terribilmente puntuale del manifestarsi in successione degli eventi eruttivi e del loro effetto sugli uomini e sulle cose. Il confronto,inoltre,con la descrizione letteraria, dei te­stimoni diretti dell'eruzione, lasciataci dalle due famose epi­stole di Plinio il Giovane[9] permetterà di dare in piú di un caso elementi cronologici assoluti a tale ricostruzione.

      Non è intanto possibile a Pompei rinvenire i segni della primissima fase dell'eruzione,i cui prodotti non la investono, ma cadono nelle parti piú prossime al vulcano distendendosi verso est. Nei sedimenti di questa fase, ceneri grigio-rosate,sono sta­te ritrovate anche delle pisoliti, accrezioni tipiche di prodotti emessi da esplosioni freatomagmatiche[10]: la strada all'ascensione del magma è ormai aperta. Di lí a poco comincerà una pioggia di lapilli, sempre piú insistente. La registrazione degli avvenimenti ora si può seguire anche a Pompei.

      Nel vicolo, all'interno del lapillo grigio, sono presenti numerosi resti di tegole e pietrame del tetto di una casa non ancora scavata dell'insula 11,crollato sotto il peso degli ammassi vulcanici. Il lapillo, infatti,scagliato dal vulcano ad un' altezza stimata tra i 20.000 e 30.000 metri[11] e trasportato da venti stratosferici provenienti da nord-ovest che ne direzionano la caduta distribuendoli per grandezza[12] determina il tracollo di parte di essi. Pur non essendo elevata la densità delle pomici[13],il loro accumulo anche per pochi decimetri è infatti sufficiente a superare la resistenza dei tetti[14], travolgendo sotto di essi quanti avevano sperato di potersi proprio grazie ad essi riparare. E' facile immaginare come nel frattempo l'apparato vulcanico sia stato profondamente scosso,lasciando fragorosamente tremare tutta la terra per chilometri e chilometri di distanza. Di certo gli abitanti in fuga avranno avuto difficoltà anche solo a camminare sopra quell' ammasso che cedeva ad ogni passo.

      Con il procedere dell' eruzione la colonna pliniana riguadagna quota,superando i 30.000 metri,mentre le pomici divengono piú grigie e piú pesanti[15].Di tanto in tanto dal vulcano precipitano verso valle parti della colonna pliniana non piú interamente sostenuta[16] e caldi flussi piroclastici già investono in questa fase località limitrofe a Pompei, cancellandovi la vita[17].A Pompei la fase delle pomici grigie aggiunge al deposito un altro metro. Dal selciato delle strade questo si innalza ormai fino alle finestre dei piani superiori,e da lí,da altre aperture piú basse, dai tetti e dai solai abbattuti il lapillo penetra ed inonda l' interno delle case.La colonna pliniana va intanto affievolendosi, crollando infine su se stessa e distribuendo sulle pendici del vulcano il materiale prima scagliato verso l'alto. La città sopporta questo caldo flusso senza apparenti ulteriori danneggiamenti. E' a questa altezza stratigrafica che lo scavo è finora giunto. Per qualche centimetro, nella parte alta delle pomici, si è insinuata la cenere grigia che ha riempito i vuoti tra i granuli, segnando il termine di transizione tra la fase pliniana e quella dei flussi. Quindi tre o quattro centimetri di ceneri e lapilli sigillano la prima fase dell'eruzione. Resti di incannucciate non carbonizzate sono state ritrovate in questo strato (EU1=S4), a testimoniare la capacità di trasporto e la non elevata temperatura di messa in posto di questo livello[18]. Il vulcano sembra ora acquietarsi, emettendo solo sordi rombii e manifestando una di­messa attività eruttiva[19].

      E' già ormai giorno,quando però ha luogo la parte piú distruttiva dell'eruzione.Il segno che il passaggio di un surge ha lasciato sulla terra è ora racchiuso in un sottile strato composito di appena pochi centimetri di potenza. Gli effetti che essa ha avuto sugli uomini sono stati però terribili, come lo scavo ha ora potuto finalmente e pienamente documentare.

      Ad ovest della casa,nel vicolo,sono stati infatti  rinvenuti due scheletri. Come detto,l'allargamento dello scavo si è fermato al vicolo, senza però raggiungere il fronte orientale degli edifici della contigua insula 11, sicché dello stesso non è ancora possibile determinare con precisione la larghezza, anche se essa può essere con ottima approssimazione stimata grazie al suo ri­scontro oggettivo lungo via dell'Abbondanza.Nel vicolo la deposi­zione della pomice è concava,in sezione trasversale,rialzandosi verso la parete esterna della casa. A loro volta gli scheletri si ritrovano in un avvallamento con asse perpendicolare al precedente. Lo scheletro (a), stratigraficamente piú alto, si trova piú a sud (FIG.5).Il corpo è supino, con il braccio destro piegato e il palmo della mano rivolto verso l'alto, mentre il braccio sinistro è disteso lungo il corpo. La gamba sinistra è allungata, ripiegata invece l'altra con la pianta del piede ben poggiata. Il tallone del piede sinistro e il bacino risulteranno le parti dello scheletro piú basse stratigraficamente.Il tallone è al di sotto dello strato EU3a ed è immerso nello strato EU2b (FIG.6). L'impronta del bacino e della parte bassa del tronco rivelano l'immersione nello stesso strato EU2b (FIG.7). La parte alta del tronco, invece, e la testa, risultano rialzate e giacciono nello strato EU3a e nel sovrastante EU3b. Sotto il dorso della mano de­stra, ripiegata all'indietro, rimane la parte basale dello strato EU3a e EU3b. Accanto a questo scheletro,ad esso parallelo alla sua destra, l'impronta di un trave ligneo.

      Lo scheletro (b) è trasversale al precedente e all'asse del vicolo (FIG.8). E' poggiato sul fianco destro e risulta completa­mente immerso nell'unità EU2,dal momento che tutto ciò che si sa­rebbe dovuto trovare,in considerazione dello spessore di un corpo umano,nel sovrastante flusso,non esiste piú. Nettamente troncata infatti risulta tutta la parte sinistra del corpo: le ossa del braccio sinistro, la gamba sinistra, addirittura metà cranio (FIG.9). Manca cioè completamente tutta la parte che fuoriusciva dallo strato EU2b,che lo avvolgeva come in una morsa. Particolare inoltre ulteriormente raccapricciante,sono invece rimaste in sito le ossa del piede sinistro, appoggiato alla parete,immerso nel surge che si innalza leggermente verso il muro della casa, se­guendo l'andamento del sottostante lapillo.Lo spessore del surge, inoltre,aumenta raccordandosi con il corpo. Una sola spiegazione può esser data al troncamento netto dello scheletro nella parte fuoriuscente dal suo strato deposizionale: esso è stato tranciato di netto,giacendo trasversalmente alla direzione del sopraggiunto flusso dell'unità EU3,dai litici dello strato e da quant'altro materiale trasportato in esso (tegole fratte, mattoni,ecc.) che come una terribile sequenza di proiettili ha finito per agire su di esso come il colpo di una scimitarra affilata che supera l'ostacolo incontrato recidendolo.Ciò comporta di conseguenza una conclusione di notevole interesse vulcanologico: lo strato EU3a, precedentemente considerato generalmente un fall (prodotto di caduta A8, nella ricostruzione di Sigurdsson) è invece solamente la parte basale del set EU3 ed è un flusso (flow)[20].

      Si può chiaramente affermare,inoltre, che entrambe le vittime furono uccise dal surge-flow dell'unità EU2.Il reperto (b) è stato trasportato poco ed il suo corpo è stato tranciato di netto dall'arrivo della parte piú densa, basale, del flusso successivo, in grado di trasportare anche grossi oggetti e soprattutto frammenti taglienti di tegole a grande velocità.Ciò è avvenuto quando lo strato EU2b era già in grado di offrire una adeguata resistenza al trascinamento del corpo che ospitava.Il reperto (a),invece, ha sicuramente subito un maggior trasporto: la colonna dorsale risulta infatti spezzata in più punti e il cranio, martoriato, evidenzia duri e ripetuti impatti.

      Della potenza distruttiva della successiva unità EU3, evi­denze ancora piú spettacolari hanno tuttavia dato la prova.

      Verso la parte meridionale della casa in corso di scavo, in corrispondenza a nord con la casa del Primo Cenacolo Colonnato, posta ai nr.1-2 dell'insula,un'area scoperta di circa 50 metri quadri, delimitata ad ovest dal muro perimetrale dell'isolato,è verosimilmente in connessione e continuazione diretta con l'area del giardino già scavato. In essa si è potuto documentare uno dei tanti cunicoli scavati dai fossores antichi per raggiungere i "tesori": utilizzando la cinerite compatta del surge come volta, il passaggio s'insinua all'interno del lapillo sino a fermarsi di fronte ad un muro (FIG.10). Che tale area sia ipetrale è mostrato dal rapido precipitare in parete dei proietti vulcanici in sua corrispondenza e i segni della tettoia posta sul versante ad essa rivolto a protezione di un andito verso gli ambienti coperti del­la casa,attualmente scavato solo sino all'architrave. Tale varco si apre lungo un muro ad andamento est-ovest,parallelo cioè a via dell'Abbondanza e al muro perimetrale,posto piú a sud,che verosi­milmente divideva l'intera proprietà dalla casa del Primo Cenacolo Colonnato.Il muro di divisione tra spazio coperto e scoperto della casa era notevolmente piú alto di quello perimetrale. Solo la sua parte inferiore è stata trovata però in situ ancora eretta, piú alta comunque dei muri perimetrali ovest e sud della proprietà (FIG.11). La parte superiore invece si è trovata divelta e spostata in caduta ad oltre un metro (anche un metro e mezzo in alcuni punti) a sud della sua base, completamente immersa nel flusso dell'unità EU3. Sul muro abbattuto sono ancora ben riconoscibili le corrispondenze con la parte rimasta in situ. In particolare, si nota la grata di una finestra,contornata dall'impronta del telaio in legno,ancora perfettamente in asse con il suo al­loggiamento originario nella muratura che la conteneva.

      La capacità di trasporto dell'unità EU3, già considerata a proposito degli scheletri e verificata anche grazie alla parete perimetrale ovest della casa,che ha subito una forte inclinazione in conseguenza dell'avanzata del flusso,che procedeva in direzione leggermente obliqua rispetto ad essa, ha qui pertanto trovato la sua piú spettacolare evidenza.L'interpretazione cinematica che dell'accaduto si può trarre permette inoltre di ricavare informazioni preziose sulle caratteristiche del flusso,sul suo moto e sulla sua velocità.

      L'essere in un'area scoperta ha permesso di poter senza difficoltà delimitare il crollo, scavando intorno ad esso su tutti i lati fino a giungere al lapillo. Anche prima ancora di smontarlo è cosí possibile constatare che la stratigrafia al di sotto di esso non è costante (FIG.12). Fino allo strato EU2b non ha subito interferenze sostanziali, in quanto i flussi precedenti si sono depositati uniformemente sulla superficie concava delle pomici. Con l'arrivo dell'unità EU3,invece,si riscontra che la parte di esso sottostante al crollo è di notevole spessore verso ovest, dalla parte del vicolo, mentre va progressivamente scemando fin quasi a divenire nulla ad est.Il muro però si è abbattuto di colpo, spinto da una forza che ha agito contemporaneamente per tutta la sua lunghezza. La parabola di caduta,quindi,è stata interrotta in tempi ed altezze diverse perché,sotto il muro che cadeva,il deposito si andava modificando proprio per l'arrivo della parte basale del flusso incanalatasi nel vicolo, che si era potuta espandere verso ovest in corrispondenza dell'inizio dell'area scoperta,in quanto la cresta del muro perimetrale,molto piú bassa rispetto alla sua continuazione ove esistevano gli ambienti co­perti, era stata già raggiunta dai precedenti depositi. Il flusso pertanto si era potuto insinuare in quest'area dove si sarebbe poi adagiato il crollo, mentre la parte di flusso non incanalata­si nel vicolo veniva frenata e deviata dal muro stesso, che veniva comunque  irrimediabilmente tagliato (FIG.13), cadendo appunto sulla parte di flusso già penetrata sotto di esso dal vicolo.

      Questa ricostruzione è confermata dall' osservazione attenta dell'andamento degli strati EU3a e EU3b. In particolare il flusso proveniente da nord si abbatte sul muro e lo rovescia. La parte basale del flusso, costituita dagli strati EU3a e EU3b si espande appena oltre l'angolo della casa e invade lo slargo a sud di essa mentre il muro cade. La parte piú ad est del muro, piú lontana da raggiungere da parte del flusso, tocca per prima i depositi sottostanti dopo circa 0,4-0,5 secondi. Pertanto il flusso per per­correre nello stesso tempo circa 9 metri, ossia l' estensione in larghezza del crollo, ha viaggiato ad una velocità di 65-80 Km/h.

      Alcune caratteristiche del flusso EU3 possono cosí essere sintetizzate:

- gli strati EU3a e EU3b viaggiano praticamente insieme con comportamento da flusso laminare tipo debris-flow, localmente turbo­lento: lo strato EU3a è un flusso e non un prodotto da fall-out, come è stato già puntualizzato in precedenza; EU3b evidenzia ca­ratteristiche di mud-flow.

- lo spessore attivo della testa del flusso è di almeno 3 m (pari all'altezza del muro ancora esposto al suo arrivo);

- la parte piú alta del flusso (EU3c e naturalmente EU3d) ora stratigraficamente sovrapposta a EU3b, non si deposita contemporaneamente alla parte basale. EU3c ha caratteristiche da debris-flow con notevoli capacità di trasporto. Le caratteristiche da fall-out dello strato a pisoliti EUed si evidenziano verso l'alto, rappresentando la fase che chiude la sequenza stratigrafica legata al flusso.

      Se si mettono ora a confronto questi dati chiarissimi lasciati dal Vulcano sul terreno con il racconto di Plinio, nonostante i limiti "letterari" che esso sconta, già da tempo evidenziati[21], è possibile dare anche qualche indicazione cronologica precisa a tali manifestazioni.

      I punti di riferimento non mancano: Plinio il Vecchio viene allertato del fenomeno intorno all'una di pomeriggio. Si scuote dal torpore nel quale era caduto nel pomeriggio afoso di agosto[22],si porta su una non vicina altura per osservare un fenomeno che si era già delineato,fa armare le navi e poi parte con vento favorevole alla volta del litorale vesuviano e quindi di Stabia, dove approda prima che la luce del giorno,già fortemente compromessa dalla nuvola dell'eruzione,scompaia del tutto. Qui egli saluta Pomponiano,e poi nell sua villa prende il bagno e la cena, prima di immergersi in un profondo sonno dal quale verrà riscosso dagli amici quando il pericolo sembrava divenire nuovamente imminente. Come è noto, all'alba di un nuovo giorno, di cui a Stabia non fu possibile nemmeno accorgersi, egli perse la vita.

      Quanto tempo è passato dall'inizio dell'eruzione? Almeno 18 ore secondo Sigurdsson, durante le quali (dalle ore 13 del 24 agosto) si è manifestata la fase pliniana caratterizzata da pomici bianche (circa sette ore) e grigie (fino al mattino del 25 agosto)[23].Una valutazione sostanzialmente accettata dalla maggior parte degli autori che hanno di recente affrontato l'argomento, anche se si è comunque già registrata una propensione ad anticipare l'inizio dell'eruzione stessa almeno di qualche ora[24].

      Secondo tali usuali interpretazioni, però, Plinio il Vecchio tenterebbe l'impossibile sbarco sulla costa vesuviana nel bel mezzo della fase pliniana. Nonostante l'equipaggio fosse terrorizzato, il comandante a quel punto deciderebbe di proseguire proprio verso un'area - quella stabiese - maggiormente tormentata dai prodotti di caduta. Come già accennato, sia la grandezza delle pomici, sia la percentuale di litici aumentano, infatti, nel corso dell' eruzione. Inoltre tutte le manifestazioni secondarie che si stavano manifestando, quali parziali crolli della colonna pliniana, flussi e nuvole di cenere associati, rendevano proprio la zona sottovento quanto mai disagiata[25]. La direttrice Pompei-Stabiae si ritrova nel bel mezzo di quest'uragano nel quale, pe­raltro, la visibilità diviene fortemente ridotta e la respirazione stessa è faticosa.L'approdo e i cordiali saluti a Pomponiano e la stessa permanenza in villa,così come descrittaci da Plinio, sarebbe stata assolutamente inconciliabile con le condizioni proibitive che si sarebbero verificate se i tempi dell'eruzione fossero stati appunto quelli. Non si dimentichi,peraltro,che Plinio il Giovane deve aver assunto i particolari di quanto fatto dallo zio a Stabia direttamente da Pomponiano o da uno della sua cerchia e che egli parlava ad un suo contemporaneo di una situazione di cui anche altri a Roma erano in condizione di poter dare notizia.Proprio perché a lui preme di glorificare la figura dello zio,dato che alcuni stavano accreditando voci relative ad una sua fine da vile, per quanto retorico e letterario si voglia ritenere il suo scritto, egli deve aver senz'altro attentamente curato il quadro oggettivo dei particolari da molti verificabile, proprio per dare maggior spessore e credibilità alla cosa che più effet­tivamente gli premeva, ossia la morte non cruenta dello zio[26].

      A noi sembra invece piú verosimile, allora,che il comandante della flotta romana sia giunto in prossimità della costa vesuviana a fase pliniana già quasi esaurita. Il mancato attracco per le mutate condizioni del fondale prospiciente il vulcano, calcolando i tempi impiegati per decidere di far salpare la liburna e quelli tecnici per armarla e giungere da Miseno al Vesuvio[27] può ragionevolmente porsi tra le 17 e le 18,30[28] Quando sbarca a Stabia, dopo aver sfruttato l'illuminazione ancora residua del giorno, sono tra le 19 e le 20,30 e l' attività di fall-out è già terminata. Sale alla villa, una delle tante splendide ville patrizie che si affacciano sul golfo e da lí, dopo il bagno, dopo cena, nelle tenebre della notte osserva una dimessa attività del Vesuvio. I "focolai di fiamme e le alte colonne di fuoco" che da lì si sprigionano possono anche essere da lui contrabbandate, per incutere fiducia agli amici, per semplici incendi attecchiti sul­le case dei contadini poste lungo il pendio della montagna. Ormai però il pericolo era passato e ci si poteva anche abbandonare ad un sonno ristoratore[29].

      L'eruzione naturalmente non era cominciata nella prima ora del pomeriggio[30],quando a Miseno se ne hanno i primi segnali. Basti pensare che di lì a poco giunge il messaggero di Rectina, che non poteva certo aver impiegato meno di tre ore per giungere a Miseno, e parla già di una situazione precipitata e divenuta senza scampo per via di terra.Ciò comporta che già la mattina,tra le 9 e le 10,la colonna pliniana doveva essere pienamente sostenuta.

      Secondo tale ricostruzione, quindi, la fase pliniana, che produsse a Pompei accumuli di pomici -e litici subordinati- per spessori anche di due metri e mezzo,si è impostata ed è terminata in circa 10 ore. Ad essa fa seguito una relativa calma,durante la notte,squassata tuttavia da intensi terremoti nettamente avvertiti sia a Stabiae che a Miseno[31] e decisamente piú forti di quelli sperimentati prima dell'eruzione,che lasciavano ormai quasi indifferenti gli abitanti della zona,adusi a convivere con essi[32]. Sul far del giorno dal vulcano fuoriescono enormi quantità di ceneri, che si abbattono ancora verso sud-est.Nelle zone piú vicine al Vesuvio gli effetti dei continui scuotimenti sono piú gravi. Gli equilibri precari sono però a questo punto risolti definiti­vamente.

      Giudicando forse ormai invece scongiurato il pericolo, molti pompeiani alle prime luci dell'alba del 25 agosto del 79, per quanto incerte e vaghe esse possano essere state[33],si aggiravano per la città. Forse avevano vagato come inebetiti tutta la notte, incerti sul da farsi,forse avevano lasciato il rifugio dove erano riusciti a sopravvivere, forse addirittura erano ritornati nella città dalla quale erano fuggiti per valutare quale fosse la situazione, ora che le tenebre si erano diradate. Chi però si fosse trovato tra questi ultimi,si sarà reso allora senz'altro conto di aver commesso un irrimediabile errore: a poco piú di un'ora dall' alba del 25 agosto,infatti, si sarebbe manifestata la piú poderosa delle distruttive manifestazioni mai registrate al Vesuvio in epoca storica. Essa,ad alcuni chilometri di distanza,a Miseno, viene descritta da Plinio il Giovane come l'apparire di "una nube nera e spaventosa squarciata da serpeggianti guizzi di fuoco,che si apriva in larghi bagliori di incendio, simili a folgori, se non che molto piú estesi". Dopo la lunga serie di intensi terremoti, ecco infatti dal Vesuvio si innalza e si dilata a grande velocità una nuvola nera carica di cenere umida. Lungo i fianchi dell'apparato, a piú riprese,precipita verso valle una valanga di detriti composta da parti dell'edificio vulcanico e da pomici in­globati in una matrice cineritica.

      A Pompei si risentono pesantemente gli effetti di tali manifestazioni. Un cupo e fragoroso boato che va prepotentemente intensificandosi annuncia l'avvicinarsi di una calda nube di cenere[34],che viaggia già mista a quei prodotti che la sua veemenza riesce a strappare al suolo attraversando la città,quali frammenti di tegole e di intonaco. Essa travolge gli uomini e li priva della possibilità di respirare,facendoli stramazzare a terra esanimi. Dopo breve tempo,poi, un'ulteriore valanga di cenere, lapilli e litici[35],di massa notevolmente superiore alla precedente e viaggiante ad una velocità stimabile tra i 65 e gli 80 km/h, raggiunge le mura della città ormai già raccordate alla pianura dalla fase di fall-out[36], le scavalca e si abbatte sull' abitato. La parte meno densa passa alta sulle case risentendo poco delle asperità prodotte dai muri rimasti in piedi,quella piú in basso,piú densa,invece ne risente sensibilmente, tanto da incanalarsi nei percorsi preferenziali costituiti dalle strade ancora non livellate all'altezza degli spuntoni degli edifici e trascinando  via anche blocchi di muri,e con essi tegole,travi e i corpi stessi delle vittime. Il maggiore spessore dei flussi riscontrati in città in rapporto a quelli della campagna circostante, i regimi deposizionali diversi riscontrati anche a breve distanza, sono appunto gli effetti di questa interazione del flusso che passa sopra e attraverso la città con le strutture.La forza dell' impatto è violenta,la capacità di trasporto notevole.La parte piú alta del flusso, dalla quale pioverà intensamente cenere, si innalza sull'abitato per centinaia di metri, e i riscontri deposizionali legati all' ampio fenomeno saranno ritrovati a decine di chilometri di distanza con una capacità del flusso tale da superare i monti Lattari che delimitano a sud-est la piana del Sarno.

       Le pareti ancora in piedi degli edifici, specialmente quel­le trasversali all'avanzata del flusso, non riuscendo ad offrire adeguata resistenza, sono invece tranciate per tutta l'altezza che ancora sopravanza i depositi dei materiali precedentemente accumulatisi. L'associata fase,caratterizzata da moto turbolento, forte capacità erosiva e di trasporto segue immediatamente. Poi, dall'alta nuvola che ricopre l'intera montagna e si allarga velocemente, ricade una pioggia di cenere e aggregati pisolitici, a codificare la caratterizzazione idromagmatica della tremenda ma­nifestazione eruttiva.

      A Stabia muore Plinio il Vecchio;a Miseno Plinio il Giovane, osserva la nube abbassarsi verso terra avvolgendo Capri e nascondendo alla vista lo stesso promontorio di Miseno.Vinto dalle pressioni della madre e convintala a sua volta a fuggire con lui si mette finalmente in marcia abbandonando la casa.Egli registra ora mirabilmente:"Già la cenere cadeva: tuttavia era ancora rara. Mi volgo indietro:incalzava da tergo una fitta e densa nebbia e ci inseguiva spandendosi sulla terra a guisa di torrente"[37].

      Quest'ultima imponente manifestazione, di cui si sono messi a fuoco i terribili effetti su Pompei, è stata accomunata al piú poderoso tra i flussi che nella giornata del 25 agosto del 79 d.C. invasero i dintorni del vulcano. Sigurdsson et al. (1985) lo identificano con S6, il surge che a 8 h circa del mattino ricopre con 90-110 cm di depositi Pompei.

      Dopo il rovinoso flusso EU3 almeno altri tre, con le stesse caratteristiche, anche se meno potenti, sono ben registrati dalla stratigrafia delineata sulla parete che limita lo scavo. Essi si abbattono sulla città con meno violenza e su un substrato molto piú omogeneo, in quanto livellato dalle precedenti manifestazioni[38]. A questo punto,però,il fato della città e dei suoi abitanti si era già tristemente compiuto.

      A segnalare il sito della distrutta Pompei rimanevano solo le parti alte di alcuni piú resistenti edifici,che sporgevano su un deserto grigio[39].

                                          A. Varone ,   A. Marturano

 



      [1]Da ultimo RStPomp V 1991-92, 195-200, con bibliografia preceden­te; cfr. inoltre RStPomp VI 1993-94, 217. Per altre informazioni sullo scavo, oltre alla bibliografia ivi riportata e a quella ci­tata nelle note successive cfr. pure A.Varone,New finds in Pom­peii. The excavation of two buildings in Via dell'Abbondanza, in Apollo (London), luglio 1993, 8-12;  Idem,Nuovi rinvenimenti a Pompei lungo via dell' Abbondanza, in "Boll. Ass. Arch. Ticinese" VII 1995, 4-8; Idem,Fouilles, documentation et conservation de la maison pompeienne des "Casti Amanti",in  Vestiges archéologiques. La conservation in situ (Atti III convegno internazionale ICAHM (ICOMOS):Montreal, 11-15 ottobre 1994), Montreal 1996, 224-236; Idem, Pompei: il quadro Helbig 1445, "Kasperl im Kindertheater", una nuova replica e il problema delle copie e delle varianti, in Atti Convegno A.I.P.M.A. (Bologna, settembre 1995), in corso di stampa; A.Varone, A.Ciarallo, M.Mariotti Lippi, in AA.VV., Parchi e giardini storici, Roma 1995, 171-177.

 

     [2]Cfr. RStPomp IV 1990, 206ss.

 

     [3]Si cfr., in particolare, A. Varone, L'organizzazione del lavoro di una bottega di decoratori:le evidenze dal recente scavo pom­peiano lungo via dell' Abbondanza, in MededRom 54, 1995, 124-136; A. Varone, H. Bearat, Pittori romani al lavoro: materiali, stru­menti, tecniche. Evidenze archeologiche e dati analitici di un recente scavo pompeiano lungo via dell'Abbondanza (Reg.IX, ins. 12), in Atti Convegno Internazionale Roman Wall Painting: Mate­rials, Techniques, Analysis and Conservation, Fribourg 7-9 marzo 1996, in corso di stampa; A.Varone, Un nuovo pavimento musivo pompeiano in corso di restauro al momento dell'eruzione vesuviana del 79 d.C., in Atti del V Convegno AISCOM,Bordighera 6-10 dicem­bre 1995, Bordighera 1996, 681-694. V. poi anche L. Colombo,M. Danzi,C. Scalese, La rappresentazione di superfici affrescate nell' insula dei "Casti Amanti", in RStPomp VI 1993-4, 205-210;I­idem, Applicazione di tecniche di visualizzazione raster ad un mosaico di Pompei, in "Bollettino Sifet" 3 (1996), in stampa.

 

     [4]Cfr. Pl. ep. VI 20,1 :"Praecesserat per multos dies tremor ter­rae, minus formidolosus quia Campaniae solitus".

 

     [5]Cfr. A. Varone, Piú terremoti a Pompei? I nuovi dati degli scavi di via dell' Abbondanza, in Archäologie und Seismologie - La re­gione vesuviana dal 62 al 79 d.C. Problemi archeologici e sismo­logici, München 1995, 29-35. Per una sintesi sulla sismicità di tale periodo cfr. A.Marturano, V.Rinaldis, Seismicity before the 79 A.D. Vesuvious Eruption, in Il sistema uomo-ambiente tra pas­sato e presente (Atti del 2º Seminario del Centro Europeo per i Beni Culturali, Ravello 3-5 giugno 1994), in stampa.

 

     [6]H. Sigurdsson, S. Carey, W. Cornell, T.  Pescatore, The eruption of Vesuvius in A.D. 79, "Natl.Geogr.Res." 1, 1985, 332-387. In tale simbologia A indica i prodotti di caduta, S il surge.

Una prima delineazione della dinamica dell'eruzione del 79 era già stata offerta precedentemente dallo stesso Sigurdsson in col­laborazione con altri. Cfr. H. Sigurdsson, S. Cashdollar, R.S.J.  Sparks, The eruption of Vesuvius in A. D. 79: reconstruction from historical and volcanological evidence, AJA 86, 1982, 39-51. An­cora Pescatore e Sigurdsson hanno curato una successiva messa a punto dei dati in T. Pescatore, H. Sigurdsson, L' eruzione del vesuvio del 79 d.C., in Ercolano 1738-1988. 250 anni di esperien­za archeologica, Roma 1993, 449-458.

 

     [7]R.V. Fisher, H.U. Schmincke, Pyroclastic rocks, 1984, 298.

Piú in particolare EU3b ha un comportamento da mud-flow, EU3c da ash-flow.

 

     [8]Il rilevamento in sé (successione degli strati, granulometria, percentuali dei componenti), non differisce sostanzialmente fra vari autori (v. ad es. L.Lirer, T.Pescatore, B.Booth, G.P.L. Wal­ker, Two plinian pumice fall deposits from Somma-Vesuvius, Italy, in "Geol. Soc. Am. Bull." 84, 1973, 759-772;M.F. Sheridan, F. Barberi, M. Rosi, R. Santacroce, A model for Plinian eruptions of Vesuvius, "Nature" 289, 1981, 282-285; S.Carey, H.Sigurdsson, Temporal variations in column height and magma discharge rate du­ring the 79 AD eruption of Vesuvius, in "Geol. Soc. Am. Bull." 99,1987, 303-314; F.Barberi, R.Cioni, R.Santacroce, A.Sbrana, R. Vecci, Magmatic and phreatomagmatic phases in explosive eruptions of Vesuvius as deduced by grain-size and component analysis of pyroclastic deposits, "Journ. Volcanol. Geotherm. Res." 38, 1989, 287-307; R.Cioni, P.Marianelli, A.Sbrana,Dynamic of the A.D. 79 eruption: stratigraphic, sedimentological and geochemical data on the successions from the Somma-Vesuvius southern and eastern sec­tor, "Acta Vulcanol." 2,1992,109-123; R.Cioni, A.Sbrana, L. Gurioli,The deposits of AD 79 eruption, CEV - CMVD Workshop on Vesuvius Decade Volcano. September 1996, 17-23). Differenti inve­ce sono le interpretazioni relative all'evento eruttivo e alle modalità di trasporto e di deposizione. L. Lirer, R. Munno, P. Petrosino, A. Vinci, Tephrostratigraphy of the A.D. 79 pyrocla­stic deposits in perivolcanic areas of Mt. Vesuvio (Italy), in B. De Vivo, R. Scandone, R. Triglia (curr.), Mount Vesuvius, "Journ. Volcanol. Geotherm. Res.", 58, 1993, 133-149) hanno tuttavia ri­visto la successione stratigrafica proposta da Sigurdsson et al.(1985), mettendo in dubbio alcune correlazioni areali e rein­terpretando le caratteristiche deposizionali dei prodotti a tetto delle pomici.

 

     [9]Pl., ep. VI 16 e VI, 20. Esse vengono definite rispettivamente "Lettera per la Storia" e "Lettera per la Cronaca" nell'attenta lettura interpretativa offertane da M. Gigante, Il fungo sul Ve­suvio. Secondo Plinio il Giovane,Roma 1989.

 

     [10]In questa fase iniziale dell'eruzione, freatomagmatica, è ricono­sciuta l'interazione della falda acquifera superficiale surri­scaldata dal contatto con la parte piú alta del magma ormai quasi in superficie. Queste manifestazioni eruttive sono caratterizate da esplosioni che frantumano i prodotti producendo aggregati di cenere umida intorno a particelle solide della grandezza di mil­limetri (lapilli di accrezione). Cfr. Sigurdsson e al.,art.cit. (1985);Barberi e al.,art.cit. (1989);Lirer e al.,art.cit.,(1993).

 

     [11]S.Carey, H.Sigurdsson, art.cit. (1987).

 

     [12]E' stato calcolato che durante la fase di fall-out il Vesuvio ha emesso circa 2,5 Km3 di materiali.A Pompei,in un tempo brevissimo si accumulano 130-140 cm. di leggeri e ancora caldi clasti pomi­cei bianchi di dimensioni anche di dieci centimetri di diametro man mano che l' eruzione procede e l' accumulo si ispessisce. A cinquanta chilometri di distanza, nel Cilento, ancora lo strato di lapilli raggiunge una potenza di oltre cinquanta centimetri, mentre le parti piú fini vengono trasportate fino a notevolissima distanza. Insieme ai lapilli cadono anche pesanti pezzi di roccia asportati dal profondo o strappati dal condotto: alcuni sono sta­ti attori di precedenti eruzioni, altri sono i testimoni della piattaforma calcarea che si estende al di sotto dell' apparato vulcanico, in continuazione della penisola sorrentina.

 

     [13]Essendo esse piene di vacuoli, può stimarsi a solo 0,5 gr/cm3

 

     [14]S.Carey, H.Sigurdsson, art.cit. (1987).

 

     [15]La composizione è passata da fonolitica a tefritico-fonolitica. L. Civetta, R. Galati, R. Santacroce, Magma mixing and convective compositional layering within the Vesuvius magma chamber, "Bull. Volcan." 53, 1991, 287-300,sulla base di rapporti isotopici, cor­relano tale variazione alla complessa storia di ricarica del si­stema che involve processi di mixing nella camera magmatica. Sul­la fase pliniana si vedano in praticolare S.Carey, H.Sigurdsson, art.cit. (1987) e Lirer et al., art.cit. (1993).

 

     [16]Sheridan e al., art.cit. (1981), attribuiscono questo range di depositi di caduta e di flussi (fall di pomici e surges) a una eruzione costituita da una colonna pliniana magmatica  primaria con contemporanee marginali idromagmatiche esplosioni. Sigurdsson e al., art.cit. (1985),invece, riconoscono l'influenza dell'acqua esterna, di falda (interazione magma-acqua),solo dopo la deposi­zione delle pomici grigie, giudicando i cambiamenti nello stile dell'eruzione, in questa fase, attribuibili alla sola presenza di juvenili volatili magmatici e a variazioni di alcuni parametri eruttivi.

 

     [17]Ad Oplontis essi danneggiano la villa di Poppea e devastano la vegetazione, mentre a Boscoreale,ove giungono meno intensi, rie­scono solo a spezzare, ma non a recidere, dei rami, che rimangono ancora attaccati al loro tronco e si allineano nella direzione della corrente. Cfr. Sigurdsson et al., art.cit. (1985).

 

     [18]I flussi piroclastici,o nubi ardenti -come storicamente cataloga­ti a seguito dell'eruzione del 1902 del Monte Pelée,in Martinica-  sono correnti dense -una miscela di gas,ceneri e prodotti solidi-  che si precipitano lungo i pendii dei vulcani ad alta velocità. Sono stati riconosciuti in campagna varie tipologie che rappre­sentano differenti modalità di formazione e trasporto, a cui sono state date differenti denominazioni. Negli ultimi 30 anni,per spiegare i vari riscontri sperimentali, sono state proposte piú modellazioni. Generalmente essi si formano per esplosioni latera­li o per il collasso della nube eruttiva. Consistono di una parte basale,semifluida e piú concentrata, e di una parte superiore, meno densa, in moto turbolento, tra le quali si distingue una zo­na di transizione.

 

     [19]Di ciò può offrire testimonianza il fatto che Plinio, che la os­servava da Stabia, può cercare di convincere gli amici che si trattava ormai solo di fuochi lasciati ardere dai contadini. Cfr. allora infra.

 

     [20]E' identificato con un livello di caduta da Sigurdsson et al. art.cit.(1985), livello A8, e da Barberi et al. (art.cit.,1989). In precedenza era stato considerato come il ground-surge di un'u­nità ignimbritica da Sigurdsson et al. (art.cit.,1982). Cioni et al. art.cit.(1990) lo identificano inizialmente come il livello basale di una nube piroclastica turbolenta diluita, per poi ride­finirlo definitivamente come livello di caduta EU4F (Cioni e al.,art.cit.,1996).

 

     [21]Gigante,op.cit.,passim.Sul viaggio di Plinio il Vecchio,sui suoi tempi e sulla rotta seguita un interessante contributo è ora of­ferto da G.Guadagno, Il viaggio di Plinio il Vecchio verso la morte,in RStPomp VI 1993-4, 63-76,dove l'attenta lettura delle fonti viene messa continuamente a confronto con i risultati della ricerca vulcanologica. Per una rapida sintesi della storia della revisione interpretativa del testo pliniano cfr. in particolare p.63 e n.5 a p.71. Nel lavoro, passim, potranno anche trovarsi ottimamente sintetizzate le posizioni dei vari commentatori mo­derni, e soprattutto dei vulcanologi,riguardo ai fenomeni erutti­vi e alla loro cronologia.Un'accurata bibliografia sull'interpre­tazione di vari brani che compongono il racconto pliniano e quel­lo di Cassio Dione (LXVI 21-24) può inoltre leggersi in E.Renna, Vesuvius mons,Napoli 1992,52-56 con relative note.

 

     [22]Si noti che Plinio in mattinata aveva preso un bagno di sole, se­guito da un bagno freddo. Bastano già queste considerazioni (con­tra Renna, op.cit. 118 n.2), soprattutto in considerazione dell' età e della cagionevole salute dell' Ammiraglio, a far comprende­re come già solo alla luce del buon senso, oltre che per tutte le altre ragioni di ordine filologico e archeologico (ragioni di or­dine naturalistico, derivate essenzialmente dalle analisi dei pollini effettuate sul suolo del 79 d.C. in vari punti interessa­ti da scavo nell'area vesuviana, saranno tra breve presentate da A.M.Ciarallo), la proposta già avanzata dal Ruggiero e poi recen­temente ripresa da Pappalardo, di dar credito alla testimonianza di Cassio Dione per ritenere l'eruzione avvenuta nel novembre del 79 e non già il 24 agosto, siano destituite di fondamento. Anche Guadagno, art cit., 69s. ha poi messo in evidenza, sulla scorta delle giuste considerazioni riguardo alla durata del viaggio di Plinio, come esso si concili bene con una giornata estiva, lunga, e non già con una giornata di autunno inoltratissimo,quando il tramonto avviene già intorno alle 17.

 

     [23]Sigurdsson et al., art.cit. (1985). In Carey e Sigurdsson, art.cit. (1987) le ore sono precisate in 19.

 

     [24]I vulcanologi italiani del secolo scorso Mercalli,e di inizio se­colo, non distinguono temporalmente le varie fasi dell'eruzione (cfr. A. Scacchi,Istoria delle eruzioni del Vesuvio accompagnata dalla bibliografia delle cose scritte su questo vulcano,in "Il Pontano" (Biblioteca di Lettere ed Arti pubblicata da Carlo de Petris), I, Napoli 1847, 16-21; L.Palmieri, Il Vesuvio e la sua storia, in Lo spettatore del Vesuvio e dei Campi Flegrei, Napoli 1887, 7-34; G.Mercalli,Vulcani e fenomeni vulcanici in Italia, Napoli? 1883;G.B.Alfano,I. Friedländer,La storia del Vesuvio il­lustrata dai documenti coevi, Ulm a.d.Donau 1929). P.Gasparini,S. Musella, Un viaggio al Vesuvio, Napoli 1991 stimano in 15 cm per ora l'accumulo di pomici a Pompei, considerando pertanto un'atti­vità semi-continua di circa 18 ore. Recentemente, G.Macedonio,F. Dobran, A. Neri, Erosion processes in volcanic conduits and ap­plication to the AD 79 eruption of Vesuvius, in "Earth and Plane­tary Science Letters" 121,1994,137-152,tenendo conto di preceden­ti valutazioni (Lirer et al.,1973; Sheridan et al.,1981;Carey and Sigurdsson, 1987; Barberi et al.,1989; Cioni et al.,1992: artt.citt.) associano ad un modello di ascensione del magma stime di sollecitazioni sul condotto vulcanico vesuviano,mostrando per­plessità sulla durata e la dinamica dell'eruzione come prospetta­ta da Sigurdsson. M.Baratta, La fatale escursione vesuviana di Plinio, in "Athenaeum" IX 1931,71 ritiene l'eruzione cominciata "alquanto tempo prima" dell'avvistamento dei fenomeni a Miseno e A.Rittmann, L' eruzione vesuviana del 79. Studio magmalogico e vulcanologico, in AA.VV., Pompeiana, Napoli 1950, 467 ne anticipa l'inizio "forse tra le 10 e le 11".

 

     [25]Le condizioni proibitive emergono già considerando il solo effet­to prodotto dalla pioggia di pomici che, anche già solo conside­rando una velocità di accumulo media (su 18 ore) di 15 cm/h, e solo classi granulometriche da 0,5 cm3 a 2 cm3, dovevano cadere a una frequenza di alcune decine di pezzi al secondo per metro qua­drato.

 

     [26]Per questi aspetti si cfr. particolarmente Gigante, op.cit.,37; Guadagno, art.cit., 64

 

     [27]Il forte dubbio sull'effettivo far prendere il mare anche alle quadriremi, quando Plinio venne sollecitato dal messaggero di Rectina, consiglia di non basarsi su queste navi per calcolare tempi, che sarebbero comunque ancora più dilatati. Rectina sembra infatti esser chiamata in ballo apposta da Plinio il Giovane a gloria dello zio, che avrebbe tentato l'impossibile per portare aiuto alle popolazioni. 

 

     [28]Cosí già Guadagno, art.cit.,69

 

     [29]Purtroppo non era cosí.Anche recentemente Harry Glicken e Maurice e Katia Krafft hanno tragicamente sottovalutato la pericolosità connessa all'attività dell'Unzen nell'eruzione del 1981. Essi, come Plinio, hanno pagato con la vita la loro curiosità, eviden­ziando quanto, anche tra specialisti, sia difficile valutare il confine del rischio accettabile.

 

     [30]"Verso l'ora settima" dice Plinio.I Romani,com'è noto, suddivide­vano lo spazio diurno del giorno in dodici ore,partendo dall'alba e arrivando al tramonto. Il mezzogiorno costituiva il compimento della sesta ora.Naturalmente una siffatta scansione del tempo era molto approssimativa, essendo la durata del giorno sensibilmente diversa da stagione a stagione e potendo essi disporre come unici momenti di riferimento preciso dell'alba (mane),del mezzodí (me­ridie) e del tramonto (occasus solis), che accorciavano o dilata­vano la durata effettiva dell'ora.Il 24 agosto del 79 alle nostre latitudini il sole sorse a 5h 10' e tramontò a 18h 43'.Una hora durava pertanto in quel periodo circa 68 minuti effettivi,ma val la pena di ricordare che per le ore centrali del giorno la diffu­sa presenza di meridiane dava la possibilità di correggere note­volmente lo scarto. Il riferimento di Plinio può pertanto essere ragionevolmente riportato a poco prima delle 13. Cfr. allora an­che supra, n.23.

 

     [31]A Stabia ci si decide ad uscire allo scoperto,giudicando più gra­ve e meno fronteggiabile il pericolo delle scosse telluriche che quello della pioggia di pomici che si poteva immaginare,in base alla recentissima esperienza,sarebbe appunto nuovamente seguita a quelle scosse. Intanto l' attività al cratere andava intensifi­candosi e i primi prodotti giungevano fin là. All'intensa pioggia di pomici,infatti,quando si fosse ripresentata, poteva essere po­sto rimedio: "mettono dei guanciali sul capo e li legano forte­mente con teli", dice infatti Plinio.

A Miseno Plino il Giovane trascorre la seconda parte della notte in cortile, a causa delle scosse che sembrano voler rovesciare ogni cosa. Ancora dopo un'ora dall'alba il pericolo di crollo delle strutture abitative appariva "grave e imminente".

 

     [32]Essi avvengono a profondità ipocentrali limitate, intorno ai 5 km. con magnitudo di poco inferiore a 5 e rappresentano la rispo­sta dell'apparato al forte squilibrio prima generato dall'intensa fase pliniana,perturbato dall'arrivo di ingenti quantità d'acqua.

 

     [33]Plinio riporta: "Già altrove è giorno, lí era notte". In effetti nelle profondità della camera magmatica si va rendendo disponibi­le una crescente quantità di gas volatili che premono sulle pare­ti dell'apparato e trascinano verso l'alto brandelli di materiale incandescente e ceneri.

 

     [34]E' il surge che precede il debris-flow. E' fortemente erosivo sul substrato ma non è ad alta temperatura. Sigurdsson et al. (cit.,1985) lo identificano con il surge S5, il secondo che pene­tra all'interno di Pompei. R. Cioni, P. Marianelli, A. Sbrana, L'eruzione del 79 d.C.: stratigrafia dei depositi ed impatto su­gli insediamenti romani nel settore orientale e meridionale del Somma-Vesuvio, in RStPomp IV 1990, 179-198 lo considerano la par­te piú alta delle fasi distali a bassa energia dei flussi piro­clastici pomicei (EU3PF) che chiudono le sequenze di caduta pros­simali delle pomici grigie.

 

     [35]E' il livello basale del debris-flow, ricco in litici, cumuliti e calcari, e il mud-flow di ceneri e pomici. Il moto turbolento è esaltato dall' impatto con l'abitato.

 

     [36]H. Etani, S. Sakai, H. Kiriyama,Preliminary Report: Archaeologi­cal investigation at Porta Capua, Pompeii,in "Opuscula Pompeia­na", V, 1995, 55-67.

 

     [37]Gigante, op. cit., p.89. E' dubbio se nella nube che avvolge Ca­pri e nella nebbia a guisa di torrente che incalza da tergo Pli­nio il Giovane siano da ravvisare le due successive ondate EU2 ed EU3 o esse non siano altro, in successione di tempo, del propa­garsi della stessa onda EU3.

 

     [38]I primi due, che si originano di seguito l'uno all'altro,sono probabilmente quelli registrati a Miseno dopo un po' di tregua: "Rischiarò un poco ...... fu tenebra di nuovo; fu cenere ....) (Gigante, op.cit., p.91.

 

     [39]Per un'analisi piú dettagliatamente tecnica del fenomeno vulcano­logico alla luce delle risultanze del presente scavo, cfr. A. Marturano, A. Varone, The A.D. 79 eruption: on going seismic ac­tivity and effects of the eruption in Pompeii, già presentata al­la  General Assembly of the International Association of Volcano­logy and Chemistry of the Earth's Interior (Puerto Vallarta, gen­naio  1997), e di prossima pubblicazione.