- Una caratteristica di questi artisti è quella di reagire alle
tendenze architettoniche del Terzo Stile; in altre parole, i nuovi pittori ritornano alle
preferenze architettoniche del Secondo Stile esemplificate da Boscoreale. Essi, però,
seguono soltanto in parte la strada a ritroso, dal momento che l'architettura da loro
immaginata si dissolve nella fantasia. In verità qualche volta si eseguono studi
realistici di città e di edifici, come è il caso dell' incantevole porto illuminato dal
sole veduto da Stabiae. Ma spesso ammiriamo guizzi brillanti di inventiva architettonica
assolutamente irreale incastonati in tralicci sottili come la filigrana: strutture
inconsistenti magicamente elaborate in un'aerea prospettiva lungo scorci panoramici a
precipizio. Alcuni di tali disegni sono sicuramente derivati, come i dipinti precedenti,
da scenari teatrali.
- Uno dei proprietari della Casa di Menandro, forse Quinto Poppeo, che
era imparentato con la moglie di Nerone, Poppea, doveva essere un appassionato del teatro,
dal momento che una stanza contiene un ritratto di Menandro (drammaturgo morto verso il
290 a.C.), identificato dal nome scritto sull'orlo dell'abito e sul rotolo che tiene in
mano.
- Per di più alcune rappresentazioni teatrali-sono effettiva mente
raffigurate su qualche muro. Così nella Casa di Pinario Ceriale, a Pompei, un'intera
parete è occupata da un dipinto che riproduce una scena della tragedia Ifigenia in
Tauride di Euripide su un fondale trattato architettonicamente. Sebbene ancora una volta
temi del genere potessero risalire ad antichi modelli greci, la loro popolarità nel
periodo considerato forse era in parte dovuta alla passione dell'imperatore Nerone per il
canto e per la recitazione.
- Gli antichi miti erano tutt'altro che morti; raggiungevano, anzi,
profondi livelli nel sentimento del conscio e dell'inconscio, e fornivano innumerevoli
temi a un gran numero di artisti di Pompei e di Ercolano. Quei pittori imitavano originali
greci, ma lo facevano con grande libertà di fantasia, e con il dovuto riguardo per i loro
propri scopi e per l'ambiente specifico in cui si svolgeva la loro opera. La libertà che
essi si prendevano può essere dimostrata quando ci viene concessa l'occasione (come
effettivamente capita qualche volta) di confrontare con l'originale due o più copie
eseguite da uno dei pittori pompeiani; possiamo allora vedere che le copie differiscono
sensibilmente l'una dall'altra.
- I modelli greci utilizzati dagli artisti delle città del Vesuvio, e
che ad essi erano noti da raccolte d'arte, da repertori e da libri, generalmente non
venivano derivati dai grandi maestri classici del v secolo a.C., ma furono preferibilmente
ispirati alle opere di artisti di epoca successiva. Alcuni di questi erano vissuti nel IV
secolo a.C., cioè al tempo di Alessandro Magno (il quale morì nel 323), mentre altri
appartenevano almeno al II secolo, e spesso comprendevano esponenti dell'arte cortigiana
di Pergamo, la quale, come abbiamo veduto, produsse un dipinto delle figlie di Niobe e,
soprattutto, ispirò la possente composizione dionisiaca della Villa dei Misteri. Grazie a
tali prestiti è proprio a Pompei e a Ercolano che noi andiamo debitori di quasi tutto
quello che sappiamo sulle scuole dell' arte greca che fiorirono successivamente, nel corso
degli ultimi quattro secoli prima dell'avvento dell'era cristiana.
- Gli artisti che operarono nelle due città vesuviane copiando e
modificando opere precedenti restano per lo più sconosciuti, in quanto essi appongono la
propria firma assai raramente. Un certo Lucio asserisce di aver dipinto varie scene, tra
cui quella di Piramo e Tisbe, nella casa di Loreio Tiburtino; ma egli non è dei migliori.
Un artista molto più dotato, anche se condivide il generale anonimato, è quello che
dipinse Ercole e Telefo nella Basilica di Ercolano. Superbamente disegnata e dipinta con
un abile giuoco di luci e di ombre, questa composizione elaborata, ma pur soddisfacente,
è degna di figurare come uno dei capolavori che dall' antichità sono giunti fino a noi.
Nel riconoscimento da parte di Ercole del proprio figlioletto Telefo, che gli aveva dato
una sacerdotessa di Atena di nome Auge, non v'è scarsità di sentimento, e un particolare
commovente è quello del bambino allattato da una cerbiatta. Ma l'emozione, o il
sentimento, è espressa con classica misura e attraverso una limpida tecnica
tridimensionale.
- Altri dipinti creano il loro effetto con mezzi meno diretti. Così,
per esempio, una scena di Perseo e Andromeda, sebbene le forme siano ancora solide e
statuarie, è avvolta in una soffice luminosità che suggerisce una diversa concezione,
comportante la creazione di un'atmosfera romantica piuttosto che eroica. Altre opere sono
ancora più apertamente emotive e addirittura sensazionali. La Morte di Penteo, dilaniato
dalle Menadi, evidentemente si prestava bene a questo trattamento, e lo stesso può dirsi
di alcune delle scene più drammatiche della guerra di Troia. Il ciclo omerico, su cui si
fondava tutta l'istruzione greca e romana, era particolarmente caro a Nerone, il quale,
oltre a vantare una discendenza adottiva dalla casa regnante di Troia, scrisse pure un
poema sul tema dell'Iliade, e, secondo quanto si raccontò, avrebbe declamato altri versi
di propria fattura mentre ammirava l'incendio di Roma scoppiato nel 64 d.C. La scena del
Sacrificio di Ifigenia, dalla Casa del Poeta Tragico, è piena di angoscia e di dramma
istrionico, mentre quella di Achille che consegna Briseide rivela ansia e tensione
psicologica. In Ulisse e Penelope si vede il pellegrino travestito preso da un turbamento
quasi incontrollabile alla vista della moglie. E uno dei dipinti più grandi che siano
giunti a noi dal mondo antico è una scena superbamente colorata proveniente dalla Casa di
Menandro, dove, con una possente economia di particolari, si racconta la storia
dell'introduzione del cavallo nella città di Troia ormai condannata. La storia costituiva
anche il soggetto dei poeti del tempo; e Petronio, che era poeta oltre che romanziere, è
uno di coloro che ne trattano: tipico della filosofia di Seneca, della sofferenza, della
tristezza del fato immeritato. Su di esso aleggia la sensazione di vago timore e di
mistero che si ritrova nella Farsalia (o La Guerra Civile), il poema epico di Lucano, che
era nipote del filosofo. Il cavallo di legno ha un aspetto sinistro e scarno. Una luna
quasi nascosta dà una debole luminosità spettrale, presaga di tragedia, cui si aggiunge
il tremulo bagliore delle torce tenute da donne in lunghi abiti raccolte al centro. Per il
resto il paesaggio è vago e oscuro, e così sono pure le torri e le mura che appaiono
indistintamente sull'alto della scena. Ma emergono due forti sequenze di movenza
drammatica: le figure in primo piano tese nello sforzo, cui fanno netto contrasto i
personaggi statici che stanno in penombra più lontano.
- In questi dipinti i volumi sono ampiamente abbozzati, i volti ed i
sentimenti sono impressionisticamente suggeriti con pochi, ,audaci colpi di pennello, ed
il mito è stato infuso con una vita nuova e briosa. Il successo della tecnica, senza
alcun dubbio, va originariamente attribuito ai precursori greci dei pittori vesuviani, e,
in particolare, ai Pergameni e ad altri che per primi si erano cimentati in questo
spettacolare sfruttamento del chiaroscuro e dei sentimenti umani. I pittori di Pompei e di
Ercolano hanno imitato quegli artisti; ma nel farlo evidentemente hanno anche improvvisato
con un'abilità che merita quasi di essere considerata un risultato originale.
- Alcune delle personalità dei dipinti di soggetto mitologico sono
state espresse in maniera assai vigorosa e sottile. Nell'Ercole e Telefo, per esempio, (un
adattamento di una bella pittura Pergamena) si ammira una straordinaria interpretazione
dello stesso Ercole che guarda il figlioletto con una simpatica aria di sorpresa. E la
figura giovanile che nella medesima scena suona la siringa dietro l'immagine seduta di
Arcadia, i cui occhi guardano nel vuoto, è il satiro per antonomasia: eccellente, anche
se alquanto sinistro, esempio della passione per i ritratti dei fanciulli dei primi tempi
dell' Italia imperiale (medaglioni dipinti raffiguranti fanciulli e fanciulle sono stati
rinvenuti in molti posti di Pompei, anche se numerosi esemplari sono finiti sbriciolati e
distrutti).
- Le pitture eseguite durante gli ultimi decenni di vita di Pompei, di
Ercolano e di Stabiae rivelano una stupefacente varietà di colori audaci, fluenti e
abilmente sfumati. Considerando l'arte dell'epoca può darsi che alla fine, non prima che
siano stati fatti molti altri studi, sia possibile individuare una certa evoluzione della
moda. Per esempio, risulta già evidente che negli ultimissimi anni si andava affermando
una forte tendenza per il nero e il bianco. Così nella Casa di Loreio Tiburtino una delle
ultime opere consiste in una serie di medaglioni delle Stagioni, misteriosamente sospese
su un'architettura evanescente contro grandi pannelli bianchi. Erano in corso di
sperimentazione anche nuove idee sull'illuminazione, e gli artisti che decorarono la Casa
dei Vettii hanno fatto apparire gli edifici come se si trovassero in un burrone inondato
di luce, fra prospettive immense e profonde. Infondendo fresca animazione nei tradizionali
paesaggi pastorali di alberi e tempietti, le nuove idee impressionistiche produssero
capolavori come l'Ariete perduto, in cui le due figure dell'uomo e dell'ariete appaiono
quali ombre davanti alle leggere pareti del santuario che ha per sfondo un romantico
paesaggio di gole e di caverne.
- A un livello meno ambizioso si incontra una grande quantità di
lavoro decorativo puro e semplice, con un parallelo nei superbi bassorilievi di stucco che
sono un altro elemento caratteristico delle case private, oltre ad essere stati largamente
utilizzati nelle terme pubbliche. Fu riportata anche in vita e sviluppata un'antica
simpatia per i temi dell'Egitto, sintomo di un gusto particolare per i paesaggi più o
meno fantastici di quel paese. Senza dubbio la moda esisteva anche altrove; ma Pompei, con
i suoi collegamenti egizi, doveva essere particolarmente ricettiva in tal senso, e
possiamo vedere le acque del Nilo in piena, le palme e i sicomori, i pigmei e le belve. In
generale la riproduzione di animali, locali o esotici, incontrava molto favore,
specialmente nei giardini: le Case di Marco Lucrezio Frontone e di Lucio Ceio Secondo
contengono tutta una fantastica Africa. Inoltre, come si può facilmente verificare
facendo una visita al Museo Vaticano, gli antichi italici eccellevano non solo nel
dipingere gli animali ma anche nello scolpirli: una capra proveniente dalla Villa dei
Papiri, un armonioso maiale di bronzo in corsa, oltre ad alcune teste di cavallo da
Ercolano, costituiscono dei begli esempi di questo genere di arte. Per di più, come
avveniva nei circoli di caccia di tempi successivi, l'amore per gli animali si mescolava
curiosamente al gusto di vedere i medesimi brutalmente uccisi. La Casa dei Cervi di
Ercolano deve il suo nome attuale a due gruppi di sculture riproducenti cervi assaliti dai
cani. Si tratta di opere fatte con abilità e piene di tensione, ma è difficile essere
d'accordo con l'esperto che li ha definiti ammirevoli esempi di gusto decorativo.