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Moregine, il Grand Hotel
degli affreschi
Fonte: il Mattino Mercoledì 23 Maggio 2001
Carlo Avvisati
«A parer mio, quello scoperto a Moregine è il più importante ciclo pittorico mai
ritrovato a Pompei». È stata questa la sintesi del giudizio che Jean Michel Croiville,
uno dei massimi conoscitori della pittura romana e di quella pompeiana in particolare, ha
espresso dopo mezza giornata di indagini, analisi e confronti con altri elementi
decorativi, agli archeologi e ai restauratori che all'interno della Palestra Grande degli
scavi stanno ultimando il restauro degli affreschi. Ma, c'è di più. Gli interventi di
pulitura hanno permesso di ricostruire la storia decorativo-architettonica dell'«albergo
sul fiume», scavato con il contributo delle Autostrade Meridionali (si doveva realizzare
la terza corsia della Napoli-Salerno) e la supervisione dell'archeologa Marisa
Mastroroberto per la Soprintendenza di Pompei. Ovviamente, non si conoscono né l'inizio e
nemmeno la fine dei lavori di realizzazione. Però, l'hotel, lussuosissimo per l'epoca
(siamo alla seconda metà del I secolo d.C.), era stato sicuramente costruito prima del
terremoto verificatosi il 5 febbraio del 62 d.C.. Quel sisma (8,5 gradi di magnitudo) di
cui parlano Seneca e Tacito, rase al suolo Pompei e provocò danni in numerose città
vesuviane, sino a Nocera e a Napoli.
Tuttavia, quello stesso terremoto lasciò dei segni caratteristici sulle pareti degli
edifici che non crollarono. Segnali che sono stati letti durante il restauro delle pitture
di Moregine. Quindi, un primo interessante dato è quello della costruzione dell'albergo
che non risale al periodo tra il 62 d.C. e il 79 d.C., smentendo quanto per anni avevano
affermato gli esperti, ma a una data sicuramente più antica. Il primo proprietario e
costruttore, assillato dai debiti per la costruzione dell'edificio, fu definitivamente
rovinato dal terremoto e dovette vendere l'immobile ai Sulpicii, ricchi banchieri e
commercianti puteolani. Questi, fiutato il buon affare, acquistarono l'albergo, vi
trasportarono documenti che a loro non servivano più (le tavolette cerate ritrovate nel
1959, e risalenti tutte a prima del 62 d.C.) e iniziarono una fase di riconversione e
restauro con la realizzazione di un impianto termale nello spazio a destra e di fronte al
mare. Accanto, ancora un dato eccezionale: gli affreschi di Moregine, rappresentano un
ciclo pittorico «vergine». «È una conferma di quanto avevamo ipotizzato immediatamente
dopo che li avevamo riportati alla luce" afferma l'archeologo Antonio De Simone,
responsabile del progetto di recupero. Le pitture, quindi senza interventi e
rimaneggiamenti successivi, furono eseguite da una «bottega» pittorica di eccellente
qualità. Cioè, gli artisti (sicuramente più di tre, visto il tocco differente) che
misero mano alle pareti non erano d'origine locale ma sicuramente venivano da Roma e
avevano una concezione ellenistica della pittura. «In tutta la decorazione - rivela
Salvatore Ciro Nappo, archeologo e responsabile dello scavo di Moregine - esiste un
programma decorativo (cioè il tema e la successione delle pitture nei diversi
ambienti) chiaro e che rivela l'elevato grado di cultura del primo proprietario e
committente». Inoltre, espressi negli affreschi di Moregine, ci sono miti sconosciuti
come quello dei Dioscuri e di Elena di Troia, di Alcesti e di Admeto, quello delle Muse e
l'altro sulle qualità del Fiume Sarno. Le pitture, una volta restaurate, dovrebbero
essere oggetto di una serie di mostre itineranti. «Stiamo valutando anche questa
opportunità» rivela il soprintendente archeologo Piero Guzzo.
Intanto, il prossimo 20 giugno sarà presentato all'Istituto Universitario Suor Orsola
Benincasa un cd-rom contenente la ricostruzione computerizzata delle sale, dei triclini e
degli affreschi (a cui sono stati aggiunti i pezzi «strappati» dalle pareti nel 1959),
così come dovettero presentarsi ai ricchi viaggiatori e commercianti di 2000 anni fa.
I «BLUFF» ELETTORALI NELLA ROMA ANTICA E A POMPEI
Lo sporco trucco di «tuniche pulite»
Fonte: La Repubblica 10 maggio 2001
Carlo Avvisati
Pensavo che la mia veste fosse bianca, sino a quando non ho visto la sua. E allora, giù
con lo sbiancante per dare l'impressione che l'indumento vestito fosse più candido di
quello dell'avversario. Bluffavano senza ritegno, 20 secoli fa, i candidati che nella Roma
dei Cesari indossavano appunto una veste bianchissima a dimostrazione della loro «pulizia
morale» e con l'obiettivo di assicurarsi cariche pubbliche. Tanto che fu emanata una
legge che proibiva questa specie di «uso improprio» del colore per farsi pubblicità
elettorale. Nella capitale, duemila anni fa, le cose andavano così. Più o meno come
adesso. Qualche volta meglio. In altri casi, peggio. Tanto che evitare che candidati o
loro amici intimidissero gli elettori, le passerelle che i votanti dovevano attraversare
per raggiungere il seggio furono ristrette e rese praticabili da un solo elettore per
volta. Altro che la propaganda attuale a 200 metri dalla cabina.
Un altro trucco era quello di condizionare la scelta della Centuria Prerogativa (le
centurie raggruppavano i cittadini per capitale posseduto e quella detta Prerogativa era
estratta a sorte e scrutinata subito, con possibilità di influenzare il voto delle altre
centurie) per cui si stabilì che le palline per l'estrazione dovessero essere tutte
uguali e altrettanto ben levigate. Un altro broglio che spesso si faceva, era quello della
votazione multipla con lo stesso elettore che votava più volte l'identico candidato. Il
trucco fu scoperto da Catone l'Uticense che avendo notato tavolette diverse scritte con
uguale calligrafia, ottenne la ripetizione delle elezioni per gli edili. Agli aspiranti
sindaci e assessori era anche vietato offrire pranzi ai supporters. La legge, però, era
sbeffeggiata con il far organizzare le abbuffate dagli amici del candidato. Che per avere
il diritto a essere considerato tale doveva assicurare d'essere benestante. Un patrimonio
di centomila sesterzi era stimato sufficiente a mettere al sicuro da furti e sottrazioni
le casse cittadine. Di tres nundinae: tre mercati (27 giorni) era il periodo intercorrente
tra candidatura e giorno delle votazioni. Evento a cui prendevano parte i cittadini liberi
maschi e i liberti. Le donne? Non votavano, ma facevano lo stesso propaganda elettorale.
Come la pompeiana Petronia che, a proposito di un candidato di Pompei, scrisse «Vi prego
di eleggere Ceio Secondo a sindaco. Lo chiedo ardentemente». Ardentemente, chissà, poi,
perché.
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