Artisti in Mostra Franco Longo
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Prometeus

Biografia essenziale:
Franco Longo nasce a Salerno nel 1945 - Italia
Nel 1975 é invitato alla X Quadriennale d'Arte, La Nuova Generazione, 
Palazzo delle Esposizioni, Roma.
Partecipa alla Rassegna Napoli Situazione 75,
Nel 1977 Personale Lavatoio Contumaciale Roma
1979 Bologna Installazione in piazza della Costituzione di un telone 
di cm 1500x200 WHAT YOU ARE THINKING IN THIS MOMENT IS ART.
Nel 1981 è segnalato da Filiberto Menna nel Catalogo Bolaffi Arte Grafica n.11.



I983 mostra personale Studio Trisorio di Napoli
Partecipa all’Annual Living Room Video Festspiel ‘83, Salling, Danimarca.
Partecipa a Video C.D.83, Cankarjev Dom, Ljubliana, Yugoslavia.
Nel 1986 Rassegna U-Tape, Palazzo dei Diamanti, Ferrara.
Nel 1994 Personale Musée Municipal de Saint-Paul, Francia
Nel 1996 personale presso il Lazzaretto, ex Ospedale S. Maria della Pace,
2002 mostra personale Corpus, STUDIO 34, Salerno


FRANCO LONGO
di Rino Mele

Il flamenco sulla neve

Questa sua nuova mostra è un segno di straordinaria maturità, i pochi oggetti che segnano le due stanze della Galleria si fingono indicatori di un percorso ma, nella neutrale e assoluta autoreferenzialità, cancellano il sistema di rapporti cui pur alludono. Ogni quadro di Franco Longo chiede tutto lo spazio per sé, piccola -imprecisa- enciclopedia che unisce la linea dell'inferno e quella della salvezza. Come leggere questi quadri che tendono alla soppressione dell'immagine, esaltandola fino alla contaminazione con graffi materici, schegge, dolorose ferite? Bisogna partire dallo sfondo, è esso lo schermo da cui ha origine l'immagine e nella quale chiede di finire sciogliendosi, addormentandosi nello scomporre i propri elementi e scandirne il suono. Longo è attratto dal surrealismo, il liquido misterioso che circonda la figura ed evocandola ne nasconde il volto, quel vibrare violento, l'inconsistente terrore, un perturbante addolcito nel suo contrario e si nasconde nella pace delle forme. Il surrealismo è il reale che sprofonda, e morde, avvicinando maschere come se non gli appartenessero e quelle maschere chiama con nomi che ubbidiscono a spostamenti inattesi e salvifici. Il surrealismo spinge sulla pietrosa riva dell'arte nuove e inattese nominazioni delle cose, le scambia nel limite di un gioco e, allontanando i nomi dalla pretesa di essere oltre la loro voce, precipita gli oggetti in una vertigine religiosa e visionaria. Il pittore surrealista è un rabdomante e un indovino. Ha davanti a sé un divino alfabetiere, scambia la "R" di rondine con la "B" di bandiera e inventa il linguaggio profondo che ogni bambino prima di nascere già preme nelle lune della madre e nel sangue, quel linguaggio della metafora permette allo scolaro di scrivere che le bandiere garriscono, e al poeta che la rondine s'apre al vento.


Le rose, il sangue verde delle foglie, l'acqua degli steli, le spine.

Dipingere è cercare le dita della madre e succhiarle, 
avidi, bagnarsi di latte le labbra, sporcarsi 
gli occhi, guardare 
e non vedere, sentire la bianca cecità 
del nascere, dipingere è accecare la visione, tornare 
leggeri verso la morte 
vestita come la ragazza sognata quando l'alba 
smuove ferocemente il sonno e ubriaca. 
Dipingere è togliersi la pelle, graffiarsi, strapparsi 
dalle ossa, vestire con maschere l'ombra, udire 
le parole che il muro dipinto 
non trattiene, e urla 
piano. Dipingere è nascondere le immagini, 
chiedere ad esse di tornare, 
quando a sera tutto si confonde e pare che niente 
possa accadere. Così la tenda più pesante 
grava la mano che la tira. Dipingere è l'atto finale 
di un sapiente guardare. Come un profeta 
chiude gli occhi nel parlare -la visione lo acceca- così 
un pittore
quando soave la corda nella sua polvere 
lo trascina parla, senza parole, scrive mute figure, 
la danza, il dolore che s'alza
tra i corpi costretti su un legno nero fermi, 
a rappresentare l'astrazione del suono, il verbum 
fatto carne 
e colore. Dove finisce la forza
che su una superficie spinge il colore, tela 
e legno? E la stessa mano che dipinge, nel quadro 
dove si nasconde? Cosa resta 
di quella mano, quale traccia, ragionevole ombra, lieve
segnale, il vibrare delle dita
in quale luogo del quadro resiste? La pittura 
è l'azione di un corpo che nessuno
registra ma dal luogo dipinto c'è come un riverbero fatuo, qualcosa che ricostruisce 
il gesto della mano, lo sguardo, il crudo 
affanno della voce. Dove si posa più quel tremore, l'anima del niente
che si forma e dice la figura? I cavalli alti, 
rosa e nero, le lance dei soldati 
chiusi nelle verdi armature, la ruggine, il volto 
coperto da panni 
di lino a proteggere il vento e, lontano, oltre il monte, l'uomo crocifisso che il dipinto non contiene
e mostra un temerario cammino, un velo e nel velo
l'acqua 
del tormento, la paura, il tremendo
colpo di lancia che il soldato 
preme nel sussulto del corpo ora finalmente morto. 


E-mail: info@francolongo.it



© Tiberio Gracco